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“Diamanti Vintage” Grand Funk Railroad – Closer to home

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Durissimo, in quello spicchio di tempo, contendere una benchè minima visibilità o un quadrato di stage all’ombra di uno strano “dirigibile” di nome Led Zeppelin che si apprestava ad imbambolare l’America. Fortuitamente però nel 1969 si esibirono al festival pop di Atlanta davanti a 200.000 persone e finalmente il loro combustibile –  fatto di volumi al massimo sporchi di hard-rock, soul e blues – s’incendiò di meritato interesse. Il trio del Michigan dei Grand Funk Railroad (Mark Farner chitarra, Don Brewer batteria e Terry Knight al basso, che poco dopo lasciò la formazione per diventarne manager, favorendo l’entrata a Mel Schacher), sulla scia dell’inaspettato successo incide il primo album “On Time” dove una “Heartbreaker” diventerà vangelo per moltitudini di bassisti. Ma è nello stesso anno – con il secondo “Closer to home” – che la scuola GFR si conferma come punto di riferimento basilare dell’hard-rock mondiale. Monster Magnet docet. L’Lp è un’indisciplinata regolazione di riff, assoli, deflagrazioni e ballad ricercatissimi, un rullo compressore che schiaccia e carezza simultaneamente gli impianti stereo comperati a rate; il calibro vocale di Farner “colloquia” in ottave roche e rabbiose con la sezione ritmica a maglio di Brewer e con il pump delle quattro corde di Schacher, creando un ritmo irrefrenabile, impattando Southernità e tendenze soul-blues importantissime nell’innesto e fusione di stilemi “nuovo corso” che la band imbastisce in ricami sorprendenti. “Sin’s a good man’s brother, Aimless lady e Nothing is the same” introducono alla potenza caratteriale del registrato, mostrando i muscoli corporali e d’intento protesi a svegliare l’ascolto dalle “eventuali distrazioni” che in quel periodo portavano ancora nei bagnasciuga della San Francisco Flower. La ballata sentimentale arriva con “Mean mistreater”, mentre con “Get it together e I don’t have to sing the blues” prende il sopravvento il rock-soul funkeggiante, spumoso e hook che fa “worm up” per le tracce finali di questo stupendo incunabolo discografico. Non particolarmente amati dalla maggior parte dei puristi musicologi di allora, i Grand Funk Railroad conquistano le nuove generazioni che vedono in questa orgia di sonorità calde-elettriche un power-trio di riscatto, di orgoglio “nazionale”, una guida “ruvida e ribelle” a stelle e strisce, e che in “Hooked on love e I’am you captain” trovano il loro inno da gridare. Seguiranno altre produzioni di successo: “Live album, Survival, il premiatissimo E Pluribus Funk” ma poi la vena pian piano si asciuga a favore di una commercialità vuota e da classifica, fino a diventare da cult band  che era a mera “dollars machine” contesa tra Wal-Mart e la gadgettistica da Starbucks. Alla fine l’oblio e il declino totale. Closer To Home è uno spregiudicato vinile che ha stigmatizzato – come si dice nella filosofia attuale – l’ingranaggio dell’era dei distorsori del rock duro, hard.

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Drink To Me “THE ELEVATOR”, il nuovo video

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Cinquanta concerti e oltre trentamila chilometri a bordo di un Ducato blu comperato da una ditta di muratori; svariati riconoscimenti e un disco, “S”, già prossimo alla ristampa e considerato come una delle gemme più preziose dell’indie italico nel 2012.
L’Italia percorsa su e giù come su di un ascensore impazzito, in attesa di tornare a calcare i palchi europei il prossimo novembre.
L’onore di suonare in piazza San Carlo, nella loro Torino, in occasione del Traffic Festival.

E poi i fonici, i compagni di viaggio, le Kinder Delice, le autostrade, gli struzzi e le feste.
Da Aosta alla Sicilia, in un continuo crescendo nei club più importanti dello stivale, divertendosi e facendo divertire, ballando e facendo ballare.

Questi sono stati gli ultimi sette mesi dei Drink To Me, racchiusi nel video “The Elevator”, il terzo tratto dal fortunato “S”, un collage di momenti catturati in questo tour che sembra non aver fine, filmati dalla band stessa e dal pubblico.
Un viaggio lungo, anzi lunghissimo, condensato in quattro minuti tutti da vedere.

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Luciano Chessa – Peyrano

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Che Luciano Chessa sia un grande lo dimostra prima di tutto il suo curriculum: due pagine fitte di attività, collaborazioni, progetti, e riconoscimenti.
Se poi si aggiunge che, all’estero, è uno dei “prodotti” italiani più apprezzati da chi l’arte la fa e la promuove, allora non posso che aspettarmi il meglio.
Andiamo con ordine.
La sua carriera ha all’attivo circa quindici anni di attività, che spaziano dalla composizione, per arrivare alla direzione d’orchestra; ha, inoltre, collaborato con alcuni dei più importanti musei, uno su tutti il Museum of Modern Art di San Francisco, e posso con certezza definirlo una delle eccellenze nostrane nel mondo.
Mi trovo davanti al suo ultimo lavoro “Peyrano”, ventuno tracce di impronta futurista.
Occhio, però, a non fraintendere il mio “futurista” con il concetto di “futurismo” professato da Marinetti. Non mi riferisco a quello. Per “futurista” intendo, più banalmente, “volto al futuro”, proteso verso una dimensione incerta e, sicuramente, non attuale.

Vent’un tracce, dicevo, alcune delle quali che ricordano la psichedelia di alcuni brani degli anni Settanta. Tutte, comunque, composte a partire dagli anni ’90 e rimaste chiuse da tempo dentro un armadio di Chessa , tant’è che una prima versione di Peyrano era già uscita tempo fa ad opera della Strawberry Records, etichetta di San Francisco. Ad oggi, la sfida di produrre questo eccentrico cantautore, se l’è presa la novella label Svizzera “Skank Bloc Records”.
Questo album è un lavoro complesso, nel quale la voce di Luciano ne è la protagonista incontrastata. Anche se a volte sembra dia più importanza alle parole dette piuttosto che all’armoniosità del tutto, questa rimane soltanto un’impressione che viene spazzata via proseguendo con l’ascolto.
Oltre alla voce, anche la musica di Chessa a volte può sembrare discrepante e poco fluida tra una traccia e l’altra, basti pensare alla traccia numero otto “Ulisse Coperto Di Sale” (remake di un vecchio pezzo di Dalla e che sembra essere un omaggio al cantautore da poco scomparso), di matrice pop-punk, che cozza indubbiamente con le ballate folk e psichedeliche che costellano l’intero Peyrano.

Altra impressione, che svanisce una volta abbandonata la razionalità con la quale, magari, si ascolta la prima volta un lavoro diverso dai soliti.
Alla luce di ciò, il lavoro appare, nonostante le prime impressioni, molto equilibrato e bilanciato, volto comunque a stupire chiunque decida di ascoltarlo.
Se dovessi riassumere “Peyrano” in tre parole, sarebbero sicuramente “futurismo”, “eccentricità” e “psichedelia”, tutti concetti che saranno, probabilmente, ignoti alla maggioranza delle persone, ma che racchiudono un mondo parallelo che si prospetta essere quello che magari ci aspetterà. Forse è per questo che, nel nostro Paese, Chessa è pressoché uno sconosciuto, perché ci hanno istruito a vivere giorno per giorno, non facendoci badare a tutto quello che potrà essere il domani.

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Cadaveria – Horror Metal

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Quando la tecnica, la bravura, l’ esperienza e l’ altruismo si uniscono il risultato non può essere che un lavoro di ottima qualità. Questo è successo con “Horror Metal”, il nuovo ed attesissimo disco di Cadaveria, icona femminile del metallo pesante nostrano. Partendo dalla tecnica e la bravura, è chiaro che il gruppo con alle spalle diversi dischi e diverse date live hanno con il tempo affinato delle doti strabilianti, riempiendo anche il loro bagaglio musicale e da qui l’ esperienza che ha chiaramente contribuito a renderli ciò che sono. Il disco predispone di fasi che in certi momenti si rifanno al Thrash, in altri al Goth ed altre volte si avvicinano al Death. Insomma riff sgargianti a volte grezzi, quasi da scantinato con una batteria coordinata e ritmica al massimo e la voce di Cadaveria che è un tocco d’ eleganza. Veniamo adesso all’ altruismo che ce ne vuole tanto per intitolare un disco “Horror Metal”. Mi viene da pensare ai Motorhead con il loro “Rock’n’Roll”, agli HIM con “Love Metal” oppure ai Paradise Lost con “Gothic”; queste band e ognuna di loro con una storia ed un percorso a se, sono riusciti a ritagliarsi un proprio spazio e chi più e chi meno ha avuto il risultato sperato dando non solo il titolo ad un disco ma addirittura ad un genere. Io personalmente mai e poi mai avrei pensato che Cadaveria sfornasse un disco di questo calibro con questo titolo anche perché parlando di Horror Metal i primi che mi vengono in mente e neanche a farlo apposta oltre ad essere delle pietre miliari sono anche italiani sono per l’ appunto i Goblin e i Death SS. I primi che spaziano dal Gothic, al Dark al Progressive, i Death SS invece che sono di stampo Heavy Metal. Adesso e vi confiderò che ne sono felice e compiaciuto ho ascoltato anche l’ aspetto più grezzo ed aggressivo dell’ Horror Metal ed è proprio quello di Cadaveria. Insomma al filone dei Goblin e dei Death SS io ci aggiungerei anche quello di Cadaveria, e vi dirò, insieme a loro voglio essere altruista ed egoista anche io, questo per il semplice fatto che la nostra Dark Queen di strada ne ha fatta, lei è un artista con la testa sulle spalle che sa a ciò che va incontro e per questo penso che sia una delle poche artiste che possa permettersi il lusso di fare un passo del genere, oltretutto e qui chiudo ben riuscito.

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Todd Snider – Agnostic Hymns and stoner fables

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A volte funzionano questi rientri sulla scena americana e non solo;  rispolverando i “motori creativi” di un tempo – Jimmy Buffett e Jon Prine –  Todd Snider, il cantautore scomodo per le sue prese di posizione politiche, non poteva esimersi di agganciare l’onda di forte malcontento che gira negli States (la Borsa, la disoccupazione, Occupy Wall Street, la depressione economica) per piazzarci nel mezzo il suo sporco ed elettrico blues di stampo “southista”, quella bella rappresaglia di suoni storti e sovversivi che poi fanno la goduria dell’artista.

Agnostic hymns and stoner fables” è il disco da battaglia, grezzo e squinternato che riflette l’animo dolente e  – nello stesso tempo – sarcastico  di tanti americani periferici, di quelli che lottano con il quotidiano ed il futuro, ma anche un disco che mette all’aria lo spirito, in qualche modo fragile dell’artista, un animo visitato da fantasmi familiari, disillusioni e accenti non propriamente facili nel loro percorso umano e artistico, ad ogni modo in queste canzoni ci si può perdere in un oscillare di piacere e – per essere solidali – incazzati dentro per i temi trattati.

Una svolta “politica” del rockers che gia nei precedenti The Excitement Plan e Peace Queer aveva dato da pensare a certi produttori, ma Snider è sempre stato coerente con le sue testardaggini e da il via a queste dieci bellissime tracce che si snodano – attraverso la produzione di Eric McConnell – in un coscienziale e sincero mood orgoglioso delle sue origini, di difesa dell’uomo indifeso, specie nelle confessioni di speranza “In between job”, “The very last time”, “Precious little miracle”; con lui l’amico di sempre Jason Isbel, e tutto confluisce al centro delle emozioni di rivalsa, un perfetto stato confusionario che mescola rock’n’roll a country blues zigrinati, a volte con il violino della bella Amanda ShiresNew Yorker bunker”, “Brenda”, altre volte attraverso la parola di denuncia “In the beginnings”, nella murder ballad “Digger Dave’s crazy woman blues” o  – e non poteva certo mancare – dentro il gospel acustico nella rielaborazione di “West Nashville Grand Ballroom gown”.

Il cantautore dell’Oregon coinvolge squisitamente, forti e dolci le sue invettive anti-tutto e piace moltissimo quella sua frenesia sporca di dire la verità attraverso una sei corde snaturata e speciale; un disco che non si discute, si ama subito.

 

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Zoas

Written by Interviste

Ecco cosa viene fuori da una gradevole e irriverente chiacchierata con gli Zoas

 

Iniziamo in sordina…spiegate ai lettori di Rockambula chi sono gli Zoas…

Quindi… bella domanda… si può rispondere con un libro o con una frase.. diciamo che Gli ZoaS sono 5 siciliani irrequieti che “senza suonare non posson stare!” con un istinto alla creatività che nasce da piccoli ma si sviluppa a partire dagli anni on fire del liceo…

“Babykilla” è il vostro primo lavoro in studio, come ci siete arrivati???

Mah… in effetti arrivarci è stato un casino come il resto d’altronde… siamo partiti anni fa registrando in modo pessimo pezzi non di altissimo livello (che vorremmo riprendere oggi per migliorarli un pò) e via via tra uno studio e l’altro abbiamo deciso di registrare live 5 brani ancora immaturi… in babykilla ep si sente l’effetto live e lo si apprezza ascoltandolo per intero anche 2 volte..

Sound aggressivo e testi impegnati, è solo questa la ricetta per fare musica di “qualità”??

La musica per essere di qualità deve essere sincera. sinceri devono essere i musicisti che la suonano… anche una nota all’infinito può essere grandiosa un pò come i feedback di buddy guy o il punk dei ramones…. sicuramente ci perdiamo del tempo ma neanche tanto… diamo molto spazio all’istinto in sala prove certi brani riusciamo a chiuderli in giornata e altri in un paio d’anni…come se un flusso esistenziale fosse sempre li con noi e ci dicesse: si così va bene, no così non va, si è ok ma per gli anni 80..eccecc..

E quanti e quali “sound” convergono nella vostra musica?

Facciamo parte della generazione di ascoltatori di red hot chili peppers, nirvana, pearl jam ma gli anni 70 dei led zeppelin, black sabbath non sono da meno… l’argomento è molto ampio..poichè nel nostro sound si può trovare una radice punk, stoner, hard rock, post rock, elettronica.. questo perchè ognuno di noi ascolta diversa roba… in babykilla ep per esempio si nota un’influenza funk (king of pigs) o elettronica in chiave punk (trickster)…

Come sarà il post “Babykilla” e quanto dovremmo aspettare?

Faremo un disco.. si spera di entrare in studio tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre… a breve decideremo che brani inserire e in che modo… il sound prenderà sicuramente una via leggermente più raffinata e più decisa. Per il nuovo anno salvo catastrofi e crisi economica di dimensioni cosmiche dovrebbe uscire!

E live, come sono gli Zoas?

Live….in passato insicuri , adesso molto più sicuri. Sudiamo! il che significa che ci muoviamo un pò e siamo incazzati… i live per noi sono un modo per scaricare le nostre paure, idee. Pisciamo emozioni insomma!

Parlateci dell’avventura SuperSound, com’è stato suonare a Faenza?

Suonare a Faenza è stato divertente… merito dell’acustica, della gente e del locale… abbiamo sudato un casino! Mai così tanto e abbiamo suonato soltanto l’ep. 5 brani, 20 minuti… ci sarebbe piaciuto suonare un’ora piena ma i contest sono sempre così. Non abbiamo vinto ma per noi non è stato importante. Importante è stato suonare al Tek di Faenza prima dei Nobraino…

Credete che esperienze come questa abbiano il potere di “salvare” la musica?

No non hanno il potere di salvare la musica.. probabilmente la abbattono un pò.. o meglio abbattono il giudizio della gente e i pareri. un pò come gli opinionisti che fanno parte delle trasmissioni televisive che si mettono in mezzo tra la tv e la gente a casa i contest si mettono in mezzo tra i gruppi emergenti e il pubblico. Una giuria oggi ha il potere di creare o distruggere un futuro alle band emergenti! e in ogni caso non dimentichiamoci che non siamo noi a salvare o uccidere la musica… semmai è lei che ha potere sull’uomo. è eterna, l’uomo in media vive 25000 giorni.

A proposito, cosa vuol dire far musica in un contesto così difficile?

L’italia è un terreno pesante e con poche vie d’uscita dal tunnel dell’anonimato. Se segui le mode e lo fai con stile allora qualcosa può uscire.un esempio è il cantautorato di questi ultimi anni. Colapesce, Brunori sas, ecc.. li vedi ovunque..e sono totalmente diversi da ciò che suoniamo noi. All’estero è anche così ma non esiste soltanto una via. prendi per esempio l’inghilterra… Li si suona di tutto e c’è spazio per tutti… ovviamente il livello è alto ma non è un albero con un ramo solo. L’italia è un terreno difficile. QUi i gruppi devono impegnarsi 3-4 volte di più… è come un corso di laurea in medicina! ma a differnza di un corso di laurea che nel bene o nel male chiede di studiare dei libri con la musica devi prima scriverli e poi studiarli!

Se esiste, quale potrebbe essere un’ipotetica soluzione?

Se esiste la soluzione è suonare musica che possa essere ascoltata da qualsiasi essere umano sulla terra probabilmente con testi scritti in una lingua universale…ovvero non esiste un teorema.. sono emozioni e possono piacere come no..

Abbiamo dimenticato o tralasciato qualcosa??? Cosa rimane ancora da dire???

VOTA ZOAS ALLE PROSSIME PRESIDENZIALI!

Dove vi si può rintracciare???

Ci trovate su Facebook alla pagina ZOAS su youtube al canale ZOASOUND su twitter alla voce ZOASOUND e soundcloud ZOAS… per le serate live trovate scritte sempre le date su facebook..
BYEEEE

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TALES OF DELIRIA il primo video ufficiale

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Sulla pagina Youtube di BlankTV è disponibile il primo video ufficiale dei TALES OF DELIRIA, thrash/death metal band barese il cui ultimo album “Beyond The Line” è stato pubblicato l’11/11/11 tramite la label To React Records.
Il brano scelto è “UNDER THIS SHROUD”.

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PLAN DE FUGA dal 2 ottobre il nuovo album LOVE°PDF

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Il 2 ottobre esce il nuovo album dei Plan de Fuga una delle realtà rock italiane più innovative: il nuovo progetto si intitola “LOVE°PDF” ed esce su etichetta e distribuzione Carosello Records.
“LOVE°PDF è un viaggio tra le infinite sfumature e contraddizioni del sentimento più complesso, completo e caratterizzante della natura umana. Dalle zone più remote della personalità ai rapporti con il mondo circostante, attraverso le inevitabili trasformazioni a cui siamo soggetti nella ricerca di un’evoluzione individuale e collettiva. Il risveglio dall’omologazione e il distacco da una società artefatta e drammaticamente decadente, nel desiderio di creare una coscienza globale.
Le fasi determinanti e le tappe obbligate della propria esperienza affettiva, il pericolo di ristagnare nella propria ottica e la paura del cambiamento, l’armonia e la violenza che portiamo dentro e seminiamo intorno a noi. E’ la descrizione di un percorso, fatto di astrazione e materialità, fantasia e realtà, dolcezza e volgarità. Futili bisticci che nascondono montagne insormontabili, passioni artefatte che conducono alla solitudine, lo strazio della fine e il coraggio di creare un nuovo inizio”. Così la band riassume lo spirito del nuovo progetto discografico.

La band per il nuovo disco ha deciso di realizzare un cortometraggio, diretto da Davide Fois, per raccontare anche con le immagini le canzoni che compongono l’album. Ogni traccia è accompagnata da un videoclip: l’insieme di questi clip dà luogo al cortometraggio vero e proprio. Una scelta originale per una delle band più sorprendenti del nuovo rock italiano.
L’ultimo singolo, che è stato anche The Rocket su Virgin Radio, è la bellissima “Touchè” http://www.youtube.com/watch?v=6lSsG3i1omE
La musica dei Plan de fuga è un rock contaminato da influenze pop, funk e dark. L’intenzione è di miscelare i diversi stili e le diverse influenze musicali dei componenti mantenendo una continuità nelle atmosfere e nei suoni. Varietà stilistica e ampi spazi a passaggi strumentali sono tra le peculiarità compositive della formazione. Il nome, “piano di fuga” in lingua spagnola, rispecchia il desiderio della band di comunicare il proprio messaggio musicale e misurarsi anche con la scena internazionale, motivo per cui i testi sono in lingua inglese.
I Plan de fuga si formano nel 2005. Dopo anni di live in Italia e all’estero, nel 2009 firmano il loro primo contratto discografico con l’etichetta indipendente About Blank e pubblicano l’album d’esordio dal titolo “In a Minute”. Il primo singolo estratto dall’album, “Twice”, riscuote un ottimo successo di pubblico e critica. A Marzo 2010, a soli tre mesi dalla pubblicazione dell’album, vengono inseriti nel cast dell’Heineken Jammin’ Festival, dove i sono esibiti sul prestigioso palco principale del parco San Giuliano a Venezia, assieme ad artisti di fama internazionale come Aerosmith, The Cranberries e Stereophonics. Nel gennaio 2011 i Plan de fuga vengono eletti miglior band italiana del 2010 in un sondaggio on-line indetto dai DJ di Virgin Generation. Nel 2011 diversi brani estratti dall’album “In a Minute” vengono trasmessi nel programma The Coalition Chart Show, condotto da Mike Joyce, storico batterista degli “Smiths”, su East Village Radio (New York). I Plan de fuga sono:
Filippo De Paoli (chitarra e voce)
Marcello Daniele (basso e voce)
Simone Piccinelli (chitarre, piano, rhodes)
Matteo Arici (batteria).
www.plandefuga.net

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Emiliano Mazzoni – Ballo sul posto

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Certo che percorriamo periodi grigi. E’ oramai un dato di fatto che la speranza sia offuscata da uno fitto strato di nubi sempre più attaccato alle nostre superfici. Ma chi vive a più di 1000 metri d’altezza, un poco lontano dalla marcia “società”, potrebbe forse ancora godere di pura luce e di sani respiri a pieni polmoni. E regalarci magari uno spruzzo di ingenuo ottimismo (anche un po’ superbo, perché no?), sprigionato da chi ha il coraggio o la pura attitudine di stare più in alto. Non è dello stesso avviso Emiliano Mazzoni, che già dalla copertina ci presenta nubi ben più alte della soglia dei 1000 metri.
Il cantautore di Piandelagotti (paesotto montanaro del modenese a 1200 metri) inverte il processo. Invece di schiacciare le nubi verso il basso, facendosi un’egoistica risata verso chi crede ancora nello shopping e nelle apericene, piglia tutto il grigiore e se le porta verso di sé, in una incontaminata e genuina realtà rurale. Per poter “godere” in pieno anche lui della catastrofe, mettendosi “seduto in riva al fosso” e guardando l’orizzonte. Lo scontro culturale è violento e per mantenere caldo il contrasto Emiliano non aspetta che i bernoccoli tra le due parti si riassorbano. “Ballo sul posto” (il suo primo album, prodotto insieme all’ex-Ustmamò Luca Rossi) è così un mix letale di canzone popolare, ballate naif, noia metropolitana, rabbia repressa in goffe maschere, ritmi lenti e gelidi.
“Vorrei dimenticare di essere un eroe con le sue noie”: Emiliano apre il disco con la profetica “Mentre piangono le grondaie”, una straziante marcetta che ricorda Samuele Bersani avvolto in un nebbione di disillusione. Andando avanti si trovano addirittura frasi come “meglio sparire che imparare ad amarsi” e “come un pugnale in un sorriso”, che non fanno intravedere un solo spiraglio oltre la muraglia nebulosa. “Il dissoluto” è un brano privo di alcun ritmo, ma allo stesso tempo violento, antisociale. Sprigiona la sua ossessiva crudeltà in un freddo fermo, senza vento, ma così umido che affonda il suo gelido coltello fino a graffiarci le ossa.

Per strappare un sorriso bisogna aspettare “Buon per te luna”, che porta con sé l’allegria di un pagliaccio demotivato in un circo semivuoto la domenica pomeriggio. “Stronzi tutti“ ha la metrica del maestro De Andrè e, sebbene non abbia la nemmeno la pretesa di arrivare alle sue opere, si presenta con dismessa eleganza.
“Oppure gli hanno sparato” è un altro piccolo siparietto di amara spensieratezza ben cosciente della piccolezza dell’essere umano, canzone genuina e rustica con il suo folkloristico fischiettio: “cadendo tra le foglie spariranno le ansie e le battaglie”.
“L’esperto” è invece tutto ciò che ci aspettavamo, umile ma cinica critica verso la “nostra” società, quella che abita li sotto i suoi piedi. Qui il cantautore aggiunge un po’ di groove a melodia e accompagnamento, spesso sotterrati anche loro dalla fitta distesa di nubi.
Nel finale spicca un titolo epico come “Canzone di speranza”, melodia ubriaca a cercare la luce ormai troppo rara anche in alta quota. “Se sarò vivo anche domani, impedirò che questa luna ci abbandoni”: non è solo il titolo ad essere epico.
Emiliano ci lascia un disco duro e doloroso, ma che non fa rumore, non smuove maree e non suscita ribellioni. E’ dolore grigio e frustrante, proprio come la noia. Come passare un giorno a non fare altro che guardare le nubi che ci avvolgono.

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Radio Mosquito – Empire of Failure

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Premessa (che abbiate o meno seguito la vicenda nata dalla mia recensione della scorsa settimana, imprecisa, discutibile, sicuramente fin troppo discussa): quando scrivo di un cd di cui mi si è proposto l’ascolto, scrivo le mie impressioni, da essere umano dotato di emozioni prima, da musicista, musicologa e appasionata poi. Non ritengo di avere la facoltà di poter giudicare in modo oggettivo un prodotto in cui qualcuno ha cercato di esprimere se stesso e la sua visione del mondo e meno che mai sto seduta alla scrivania credendomi divina e gongolando se mi accingo a dare una brutta valutazione. Se mi capitano dischi noiosi, pesanti, poco interessanti sono la prima a storcere il naso. Anzitutto perchè un disco brutto abbisogna di più attenzioni e più lavoro di uno che invece ci coinvolge, sia perchè l’ascolto è faticoso, sia perchè si cerca di capire se veramente la prima impressione negativa è veritiera, sia perchè si prova a trovare comunque qualcosa di buono. Vi assicuro che preferirei passare una mattina a sentire e risentire un progetto di perfetti sconosciuti, pensando che sto spendendo proprio bene il mio tempo. E’ raro, però, ed è normale sia così. La quantità di band emergenti è davvero alta, ma non si può dire lo stesso della qualità, soprattutto quando non basta essere bravi, ma bisogna anche essere comunicativi, personali, freschi, innovativi, orginali.

Ecco. Veniamo allora ai Radio Mosquito, cinque ragazzi di Livorno che suonano insieme dal 2003 e che, prodotti da Inconsapevole Records, hanno tirato fuori 10 tracce racchiuse in Empire of failure. Fin dai primi minuti dell’album è chiaro che la formazione ha delle ispirazioni prepotenti e ben connotate: D.O.A., Fugazi, NOFX, System of a down, ma soprattutto Hardcore Superstar. La costruzione del brano e certi accenti, poi, mi hanno ricordato immediatamente Slipknot e Rage Against the Machine. Insomma: voce urlata, distorsioni prepotenti con un’equalizzazione che preferisce basse e medie frequenze, ritmo rapidissimo, incalzante, segato da interruzioni nette e riprese incalzanti. Hardcore, post-punk e qualche sfumatura crossover.
Se vi piace il genere, li troverete grandi: stacchi puliti, cantanto grind in un inglese anche ben pronunciato, testi impegnati (più esistenziali e autoreferenziali come Radio Mosquito, Empire of Failure e HC Attitude, politici come Victims of American frenzy e Start rioting now, sociali nel caso di Knowledge is redemption, Black leather gloves ed Emancipate from consumption, con Typhon ed Earthquake che richiamano metaforicamente eventi catastrofici per marcare in generale un panorama socio-individuale scosso e degradato). Chitarre e basso fanno il loro dovere, la rabbia c’è. Compito svolto alla perfezione.

Ma se vi piace il genere (e, peggio ancora se l’hardcore, il punk-core e tutte le sottofamiglie non vi attirano, come nel mio caso), alla seconda traccia vi starete chiedendo “Ok. Quindi?”. Alla quarta sarete disorientati perchè vi sembrerà di essere ancora alla prima. Il cantante ancora urla, la chitarra ancora è distortissima, la batteria pesta sempre, pulita e precisa eh, per carità, ma praticamente sempre con lo stesso pattern. Quante tracce sono passate? Sono passate davvero o è sempre la stessa? Emozioni: zero. I Radio Mosquito hanno velocità. pulizia, capacità tecnica, esperienza. Si giostrano benissimo con tutti gli stilemi del genere da cui traggono spunto a piene mani. Questo viene fuori, va riconosciuto.
Fin troppo però: non c’è originalità, non c’è quel quid che mi spinga a pensare che questi ragazzi stiano aggiungendo qualcosa all’hardcore, che ci stiano mettendo del loro. Non c’è personalità e non c’è neppure verve.
Empire of failure affronta rabbia e violenza ma non è arrabbiato, si parla di indignazione, ma non la sento, mi viene detto di ribellarmi, sì, ma da chi non riesce a togliersi di dosso stereotipi e convenzioni di una forma musicale ed è intrappolato in un certo modo di cantare, che deve per forza muoversi su un certo tappeto armonico, che deve per forza essere scandito da un certo ritmo, con un certo metro e una certa velocità. Stereotipi per altro che hanno esiti qualitativamente e quantitativamente alti nel panorama musicale dei “già affermati”, dove si trova anche tutta la gamma emozionale ed emozionante da cui non si può prescindere né quando si fa né quando si ascolta della musica.

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Davide Carrozza – Il Cammino Evolutivo delle Palindrome In Gaelico

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Che il sipario si alzi!

Ed è appunto “Sipario” la prima traccia che apre questo fantastico lavoro intriso di sperimentazioni sonore ai limiti del noise e dell’avantgarde. Se “Danza rituale sulle ceneri del Chihuahua” fosse stata inclusa in un film post apocalittico non ci sarebbe stato nulla di cui stupirsi…le atmosfere alla Vangelis mescolate al rumorismo tipico di Thurston Moore ne fanno un pezzo che vi si stamperà nella mente in maniera indelebile! “ Passo a due John von Neumann e la Madonna di Chernobyl” sembra invece uscita da uno dei dischi prog anni 70 di Battiato o Alan Sorrenti (di cui vi consiglio vivamente di riscoprire i primi album). “Breve riassunto delle puttane precedenti” contiene invece campionamenti sparsi di mr Marshall Bruce Mathers III in arte Eminem (conosciuto anche con il nome stilizzato EMINƎM o con il suo alter ego Slim Shady), ma non preoccupatevi, a parte la base vocale non ha più nulla di rap anzi da 2:29 è addirittura ballabile!

“Interludio (Il pezzo trance può venirmi meglio)” è invece uno spartiacque presentando un po’ tutti gli elementi   caratteristici di questo disco. “La passerella dei feti cianotici” (che titolo!) è invece la canzone probabilmente più complessa, alternando basso, vocalizzi e schitarrate alla Husker Du. Che dire invece delle chitarre hard che aprono “Una rosa sboccia nel Giardino del Giàsentito ” i unendosi a uno scratch da vinile degno del miglior dj del mondo lasciando poi spazio ad atmosfere molto più leggere? Certamente una suite di quasi tredici minuti non è facile da gestire tuttavia l’impresa sembra davvero ben riuscita! Insomma siamo di fronte a un prodotto geniale tanto nella sua complessità quanto nella sua semplicità. “Crocefiggono un’escort a nero”e “L’escort si confessa al panda accanto” non fanno altro poi che continuare il discorso già appreso nella precedente traccia, lasciando il passo al gran finale, “Un’ultima nuotata e poi Sipario”. Occhio tuttavia a non abusare quindi de “Il Cammino Evolutivo delle Palindrome In Gaelico”, dà assuefazione all’ascoltatore! In assoluto i cinquantaquattro minuti migliori di post rock che io abbia mai sentito! Provocatore? Genio del copia e incolla? Di certo Davide Carrozza è un grande artista che ormai non deve più dimostrare nulla a nessuno e che attende solo di affermarsi al grande pubblico (e chissà che non porti una ventata di novità in quest’Italia musicale massacrata dalle tv e dalle radio).

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Numeri2 fuori con lo street video di ‘Tutti quanti voglion fare il rap’ live dal Forum d’Assago

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Il nuovo street video dei Numeri2 “Tutti quanti vogliono fare il rap”, brano estratto dall’album Numeri2 La Primizia 2012, disponibile in free download su www.numeri2.com

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