Seconda data sold out per gli Afterhours al Factory di Milano ed io da brava fan non posso non presenziare all’ennesimo live della band. Appena varcato l’ingresso la domanda sulla location è d’obbligo: posto piccolo, mal disposto, lontano dal centro, acustica pessima, viste le premesse stasera ne varrà la pena? Perplessità a parte si passa all’occhiata di rito ai presenti e subito ci si rende conto di essere al live giusto. Molti giovanotti sui vent’anni e una folta schiera di persone con qualche capello in meno e la barba brizzolata, ma non c’è da stupirsi sono gli After che richiamano da sempre chi è cresciuto con loro dagli anni 90 e chi invece poco avvezzo a Lady Gaga&Co cerca altro nel mondo “alternativo” italiano.
Il live incomincia in orario rispetto a quanto comunicato dal gruppo sui social e il sestetto di bianco vestito fa il suo ingresso alle 21.50. Il candido vestiario simil boy-band fa rimpiangere il grigio look da rockers, se non fosse per Roberto Dellera che pur di non rinunciare alle sua mise anni ‘70 sfodera occhialoni bianchi e ciondolone dorato e Xabier Iriondo al quale manca solo il pacchetto di Marlboro arrotolato sul braccio per fare il muratore a tempo perso, o il coatto di periferia.
La musica incomincia e tutto va in secondo piano; “Veleno”, “Elymania” e il “Sangue di Giuda” sono i brani della tripletta iniziale che scalda subito la platea, e il peso del sold out si fa immediatamente sentire sulla pelle. La scaletta prosegue con “Spreca Una Vita”e un piccolo dono per i fan di vecchia data, la toccante “Rapace”, pezzo che mancava da tempo nei live degli After. Si prosegue con una sapiente alternanza di pezzi tratti dell’ultimo disco Padania e da album più datati come Hai Paura Del Buio del 1997 e Ballata Per Piccole Iene del 2005. Il gioco con la linea del tempo messo in campo dal gruppo, però, non corrompe la continuità sonora e si passa da “Ci Sarà Una Bella Luce” a “La Sottile Linea Bianca” e “1996” come se fossero capitoli dello stesso libro. La prima parte scorre veloce e si conclude con “Padania”, che inizia silenziosamente in versione acustica con Manuel e Rodrigo per poi esplodere in una vero e proprio tripudio di suoni e chitarre distorte.
Seconda parte. Si rientra in scena e la carica del gruppo si fa sentire: scaletta serrata e cuore in gola per “Varanasi Baby”, l’attualissima “Costruire Per Distruggere” con Rodrigo e Xabier ai fiati, “Tutto Domani” e il cavallo di battaglia “Male di Miele” che scatena anche l’immobile uomo-armadio dalla maglietta troppo aderente al mio fianco.
Piccola pausa, la seconda serata probabilmente si fa sentire, e si ricomincia con “Musicista Contabile” per arrivare alla vera perla della serata “Io so Chi Sono”. Brano di Padania che per me è sicuramente la perfetta rappresentazione di cosa sono gli Afterhours adesso. Lo si vede e lo si sente dall’intensità dei suoni, dalla voce di Manuel e da come la usa, dalle vibrazioni tra di loro, tanto che anche il semper serafico Ciccarelli cede e si butta nella mischia delle chitarre con Manuel e Xabier.
Scivola “Tutti Gli Uomini Del Presidente” con Dellera in veste di cantante e l’irriverente “Sinfonia Dei Topi”. Ci si avvicina al finale e il gruppo si concede a ritmi meno incalzanti con la ballata “Il Mio Ruolo”. Un breve tuffo nel passato con la spettacolare “La Vedova Bianca”, più veloce rispetto alla versionedel 2005, ma che genera sempre grande energia così che le mani alzate, di un pubblico che già sa quale ritmo seguire, battono all’unisono. Si torna ai giorni d’oggi con la struggente “Nostro Anche se ci fa Male” e “La Terra Promessa si Scioglie di Colpo”.
Fine. Respiro profondo, gli Afterhours salutano, si ritirano e sembra tutto terminato, ma nessuno si muove come chi sa inconsciamente di dover aspettare. Infatti, il gruppo riesce per una lauta ricompensa la canzone che non può mancare “Bye Bye Bombay”, dove la pelle d’oca è un dovere e urlare a squarciagola “Io non tremo è solo un po’ di me che se va” assomiglia a un rito collettivo di liberazione. Grandi ovazioni per tutti, noi siamo soddisfatti e felici, tutto concluso, ma questa sera siamo in grazia divina e a sorpresa ci viene regalato un extra bis con “Voglio Una Pelle Splendida” e un’ immensa interpretazione di “Quello Che Non c’è”. Stanchi, un po’ sudaticci e provati, dopo due ora e mezza di concerto non posso che rispondere alla domanda iniziale con un sonoro ne valeva la pena, eccome! Io sono di parte poiché fan, ma ricomprerei il biglietto altre cento volte e la prossima volta mi avranno ancora sotto il palco a urlare. Premio energia a Xabier che spesso ruba la scena al più tranquillo Manuel, nonostante gli Afterhours siano tornati ad essere Manuel centrici, ma a noi questo piace.
Eccomi catapultato quasi per caso al concerto di Nelly Furtado, lo scopro pochi giorni prima dello stesso e ciò che mi torna subito in mente è il mio passato da ragazzino in cui la bella Nelly mi aveva attratto più per la sua indiscussa bellezza che per la sua, diciamo, particolare voce. Ricordo il suo primo album Whoa, Nelly!. Scorreva veloce tra semplici ma ricercati ritmi pop e ritornelli che entrano in testa facilmente, ritornelli che eri pronto a fischiettare per le 42 ore successive. Era però evidente già da questo album che Nelly avrebbe riscosso un discreto successo e avrebbe avuto il modo di coltivare i piccoli esperimenti presenti in alcune tracce dello stesso, a partire dai ritmi portoghesi che si porta con sé date le sue origini.
Gli anni a venire la confermano come pop-princess di buon livello, se Folklore segue un po’ la strada aperta da Whoa, Nelly!, l’album successivo Loose ci mostra una Furtado completamente diversa dalla precedente. L’album riesce a fondersi nonostante l’eterogeneità dei singoli pezzi: si varia dall’Hip-Hop alla Dance, passando dal Pop per finire al R&B. Ora, dopo qualche anno fuori dalle scene, una gravidanza, tante collaborazioni, un Best of e la scoperta della meditazione, Nelly Furtado torna con un nuovo album dal nome The Spirit Indestructible.
Il concerto viene aperto da Dylan Murray, la sua chitarra e la sua voce. Niente di che, scoprirò dopo che deve il suo successo a Nelly stessa che lo chiamerà per duettare sulle note di “Be Ok”. Ore 21.50, mi guardo intorno. L’Alcatraz è tutt’altro che pieno. Nelly spunta fuori puntuale ed inizia il suo concerto con le note di “Spirit Indestructible”, secondo singolo rilasciato dall’album omonimo. Si capisce sin da subito come la cantante canadese adori coinvolgere il pubblico e divertirsi con esso. E il pubblico, il suo pubblico, gradisce e canta ogni singola parola con lei. Si prosegue con “Waiting 4 The Night”, in versione più dolce dell’originale quasi a voler scaldare gli animi per i pezzi successivi “Say it Right”, che senza l’ossessivo “Hey” ripetuto da Timbaland sembra addirittura migliorare, e “Manos al Aire” in cui tutto il pubblico partecipa attivamente con le mani in aria per la gioia della stessa Nelly che ringrazia a fine canzone con un buon italiano.
La canzone successiva, come tutto il concerto, rispecchia esattamente il percorso di sperimentazioni varie seguito negli anni da Nelly Furtado. “Powerless (Say What You Want)” parte con un ritmo country, soft e gradevole e dopo aver intonato probabilmente la frase più significativa del pezzo “Cause this life is too short to live it just for you“, una chitarra quasi rock entra prepotentemente in scena per dar vita ad una canzone completamente diversa. L’azzardo è notevole, riesce e scuote i poveri genitori venuti ad accompagnare i propri figli (quindicenni o giù di lì). La prima parte del concerto si chiude con il ritorno sul palco di Dylan Murray con il pubblico tutt’altro che felice. Lui stesso sembra fuori posto e pronto a scappare.
La seconda parte è un crescendo tra hit del passato e bei pezzi del nuovo album. “Turn Off The lights” suona soffice fino all’arrivo di un assolo sulle note di “Fly Away” di Lenny Krevitz e un intermezzo simil-dubstep ottenendo così una versione completamente differente dall’originale. Dopo aver eseguito “Bucket List”, lasciando cantare anche gente dal pubblico, e “Broken Strings”, si passa ad “All Good Things (Come to an End)”, uno dei maggiori successi di Nelly. E tu che sei lì, a Milano, e non aspetti altro che l’entrata trionfale degli Zero Assoluto rimani deluso, tremendamente deluso.
L’ultima parte del concerto passa da un primo momento Hip-Hop/Rap con “High Life / Bigger The Better” per concludersi con ritmi più dance con “Live it to me” e “Promiscuos”. Piccola pausa, candele sul palco in stile Madonna e succede esattamente quello che ti aspetti: medley “Miracles – Like a Prayer” con tanto di cambio di vestito in corsa. Si chiude con “Maneater” e tanta energia sul palco e tra il pubblico. Un concerto senza esagerazioni, senza immense scenografie, Nelly, il suo sorriso e il suo pubblico che sa comunque apprezzarla, accompagnarla e stimolarla semplicemente per quello che è.
Un venerdì qualunque, arrivo al Circolo Degli Artisti, Roma, esattamente nell’ora in cui dovrebbe iniziare il concerto e io dovrei essere lì davanti al palco con un pinta bionda in una mano che aspetto l’ingresso degli Swans sul palco, in tour con il nuovo album The Seer. Mi sarò anche perso il gruppo spalla ma non Michael Gira con il suo ultimo lavoro che definisce come: “30 years to make. It’s the culmination of every previous Swans album as well as any other music I’ve ever made, been involved in or imagined. But it’s unfinished, like the songs themselves. It’s one frame in a reel. The frames blur, blend and will eventually fade.” Non posso perdermi questa gestazione, il lavoro di una vita. Della formazione iniziale rimane solo Gira che a quanto pare non si è ancora stancato e in un’atmosfera Industrial-Gotica ci racconta la nera metropoli fatta di violenza, negozi porno chiusi, alienazione, degrado in uno squallido pessimismo apocalittico.
Sono dentro, l’atmosfera è al punto giusto, il Circolo è pieno di gente, gli Swans sono sul palco, Michael Gira in un lutto tenebroso imbraccia la sua chitarra nera, china il capo leggermente per salutare il pubblico, si gira e fa cenno con la testa al batterista di attaccare. Il pezzo è Coward e il basso allo stesso ritmo della batteria inizia a scandire un ritmo secco e cupo a cui si unisce una chitarra stridulante. Si crea una situazione di assuefazione da vibrazioni sonore, mi sento come risucchiato in questa profana cantilena rumorosa e arida. I miei pensieri vengono scartati dalla potenza di queste cupe vibrazioni mentre il vuoto sembra aver preso il posto del pavimento e una tempesta di meteoriti sta elettrizzando il mio corpo. Non ho mai ascoltato nulla di così dirompente e dal vivo posso assicurarvi che si coglie a pieno l’idea che Gira ha delle sue composizioni che rispecchiano un orizzontalità delle voci in campo; nessuno strumento prevale sull’altro, neanche la voce, tutti insieme allo stesso volume per dare armonia al caos. I pezzi si inchiodano su un motivo e lo perseguitano per svariati minuti, anche quindici, venti, perché Gira sostiene di sentirsi più “vicino a Dio quando si suona lo stesso accordo più e più volte”. Nulla che io possa scrivere qui farà giustizia a questo evento estremamente religioso, estremamente intimo. Un evento spettacolare che ha riempito le mura del Circolo degli Artisti di vibrazioni apocalittiche come fosse una cattedrale destrutturalizzata della nuova epoca postmoderna.
Sold-out a Milano, pienone a Torino, all’Hiroshima Mon Amour, lo scorso 19 marzo, per l’esibizione dei Brmc, terzetto composto da due californiani, Peter Hayes e Robert Levon Been, e dalla danese Leah Shapiro. Due date imperdibili che coincidono praticamente con l’uscita dell’ultimo album, Specter at the Feast, acquistabile dal 18 marzo e già ascoltabile gratuitamente su Spotify. Un disco diverso dal precedente Beat the Devil’s Tattoo, forse più incentrato sulla cura del suono che non sul ritmo, più riflessivo che di pancia, ma dotato del solito energico groove a cui la band ha abituato i suoi fans. E proprio con pezzi stravolti del nuovo lavoro, aprono il concerto: su “Let the day begin” tutti iniziano a saltare e ballare perché il fumoso shoegaze della band è commisto a un blues sanguigno e alla cassa in quattro, in un ideale mix di Kasabian da una parte e Black Keys dall’altra. Al quarto pezzo c’è già qualcuno seminudo che fa crowsurfing sulle prime file. I Brmc sono impenetrabili. Suonano un brano dietro l’altro senza dire neanche una parola, scenicamente non fanno nulla di nulla. Il massimo del movimento è l’inversione dei posti di Peter e Robert che indifferentemente cantano e suonano chitarra e basso, spostandosi quindi solo per assecondare la posizione degli amplificatori. Eppure l’occhio sul palco è indispensabile e si cerca sempre di capire da dove arrivi un certo suono, guardare quanto la corporeità, seppure fissa, stia sottolineando una frase o un crescendo dinamico. Ed è proprio nelle dinamiche che sta la grandezza dei live dei Brmc: solo tre componenti e dei crescendo calibratissimi che arrivano a raggiungere muri sonori corposi e impensabili per un organico tanto ridotto. Personalmente rimango impressionata dal suono della batteria (e sono andata debitamente a sbirciare il palco post concerto e cercare informazioni il giorno dopo): la Shapiro suona una Sonor customizzata per lei, tutta in legno (rullante escluso), con un suono caldo e una pacca precisa, secca ma avvolgente. Bacchette lunghissime e una compostezza invidiabile: schiena drittissima, capelli lunghi che quasi neppure oscillano dietro i suoi movimenti, polsi fermi e tanta velocità. La stragrande maggioranza dei presenti non aveva avuto modo di sentire l’album nuovo e la cosa si nota soprattutto per la reazione entusiasta con cui invece vengono accolte le vecchie glorie: “Beat The Devil’s Tattoo”, “Whatever Happened to My Rock’n’roll”, “Spread Your Love”, “Love Burns”. I veri cultori impazziscono quando la band attacca “Screaming Gun”, una b-side del 2002, raramente presentata dal vivo.
Quasi due ore di concerto e non sentirle: sul finale l’atmosfera si fa serissima, finalmente i Brmc salutano e ringraziano e chiudono con un’intimissima e intensa versione di “Lose Yourself”, la mia preferita di Specter at the Feast. Andate e perdete voi stessi, vivete a pieno, del tutto, sembrano dirci. E l’unica cosa con cui si torna a casa è il pensiero che si poteva perdere tutto, ma non una piccola perla come questo concerto.
Mentre entro al LiveForum di Assago, dove a breve saliranno sul palco i Finley per il FUOCO E FIAMME TOUR 2013, penso che io, di loro, non so proprio nulla. Come tutti, mi è capitato di ascoltare qualche loro singolo dei tempi che furono, ma adesso che hanno abbandonato la EMI per fondare la loro etichetta Gruppo Randa sono curioso di vedere se e come sono cambiati. In ogni caso, questa mia ammessa ignoranza mi permetterà di vivere il concerto da un punto di vista assolutamente neutrale, che con band del genere è già un grande risultato.
Una volta dentro, mentre la band punk-rock romana The Anthem finisce di scaldare gli animi, la prima cosa che mi balza all’occhio è la multiforme umanità che riempie il locale. Il mistero statistico che mi perseguita in queste ore non è tanto quali strati sociali abbiano votato o meno il M5S, o quante probabilità ci siano che il prossimo Papa sia nero, ma più che altro come si sia riuscito a comporre questo miscuglio di gente varia al concerto dei Finley. Mi aspettavo più che altro ragazzine e ragazzini, o magari qualche ventenne a cui i quattro di Legnano hanno suonato la colonna sonora dell’ingresso nella pubertà. Ok, i cinquantenni saranno accompagnatori/genitori, ma quella coppia di trentenni tatuati coi vestiti firmati? L’hipster con gli occhiali giganti? Cosa ci fanno qua? Mistero.
Intanto, The Anthem finisce il suo set di musica innocua e cover di Bruno Mars, e l’aria si fa più pesante. Ed ecco che dopo una pausa di un venti minuti buoni salgono sul palco i Finley: boy-rock-band prodigioprodotta, ai tempi, da Claudio Cecchetto, vincitrice di ben due Best Italian Act agli Mtv Europe Music Awards, con alle spalle partecipazioni a Sanremo, dischi di platino, eccetera.
Esordiscono con un simpatico “lasciatemelo dire, gente… Minchia!”, anche se in realtà il pubblico non è così numeroso (sarà nell’ordine delle trecento persone – e io che pensavo che i Finley potessero riempire quantomeno, chessò, l’Alcatraz). Le prime canzoni passano senza lasciare troppo il segno, prese in egual misura dai vecchi dischi e dall’ultimo Fuoco e Fiamme. È un rock abbastanza banale, morbido, inerme, musicalmente distante dal mondo punk-rock o pop-punk al quale, non conoscendoli, mi aspettavo di collegarli. A livello lirico, le banalità aumentano: tra i primi pezzi, “La Mia Generazione”viene presentata come un inno alla partecipazione (politica, immagino). Pedro ci informa che “hanno sempre detto che noi giovani siamo un problema, quando invece siamo una risorsa”, mentre in realtà nessuno s’è mai sognato di dire una cosa del genere (per quanto i fatti poi smentiscano tutte le belle parole). Sa tanto di operazione paracula, ma inizio a pensare che in questo tipo di ambiente ci sguazzino un po’ tutti, nella paraculaggine.
Mentre ci presentano il nuovo bassista Ivan (il vecchio, Ste, ha lasciato la band da qualche tempo), ci informano anche dell’uscita di un disco-raccolta, Sempre solo noi, che riepiloga i dieci anni di vita della band. Una band che, sinceramente, mi aspettavo più battagliera, più tecnica, più frizzante. Tolta la bravura indubbia del batterista Dani, e qualche uso intelligente della chitarra da parte di Ka, il resto non è di certo al livello che mi aspettavo per una band di questa portata. Forse in Italia, per fare successo, davvero basta un calcio in culo. Pedro inizia a sbarellare su “Le Mie Cattive Abitudini”: la voce non risponde come dovrebbe, e le vocali finali iniziano a calare inesorabilmente. Brutti scherzi della stanchezza. Parte poi un medley di loro vecchi pezzi, tra cui la versione crossover di Dentro alla scatola, cover del successo d’esordio di Mondo Marcio, con il quale si erano gettati in questo featuring “all’americana”. Segue momento di vuoto e breve pausa, in cui tutti scendono dal palco tranne Dani, che si lancia in un divertissement di batteria e basi, molto electro, dimostrandomi ancora, se non altro, di essere un musicista capace, alla bisogna, di non risparmiarsi.
Le basi rimangono spesso, sotto la botta live, a riempire il suono di una band comunque scarna (batteria, basso, chitarra). Così fanno anche in “Ad Occhi Chiusi”. C’è da dire che il LiveForum non rende proprio al 100% per quanto riguarda l’audio, che spesso è confuso, distante (ci si mettono pure le ragazzine, con i loro urletti striduli, a far diventare il tutto ancora più incasinato). Una fonte mi ha informato, tra l’altro, che i Finley, per questo live, non si sono portati dietro neanche un loro fonico personale (e la cosa ovviamente non aiuta).
Proseguendo, Pedro vuole ricordarci che, cinquant’anni fa, usciva il primo singolo di una band, “quattro, belli(sic), bravi, destinati a cambiare la storia del rock”. I quattro sono ovviamente i Beatles, e i Finley ci donano la loro personale interpretazione rock di “A Hard Day’s Night”. A seguire, un ringraziamento a Bennato per aver partecipato al loro ultimo disco in “Il Meglio Arriverà”, che prontamente eseguono, tra basi di armonica e mie definitive riflessioni sulla parabola discendente del rocker napoletano.
Mentre il concerto evolve, io continuo a guardarmi intorno. Davvero, la fauna presente mi sorprende e incuriosisce. Ragazzi più che ventenni, tatuati, con magliette dei Led Zeppelin, o di Jimi Hendrix, che ballano urlando. Io non capisco. Se sono venuti qua per scopare, non avranno vita facile: la maggioranza dell’ecosistema femminile della sala è gente che sembra uscita da una fiction della Rai degli anni ’90 sugli effetti devastanti dell’eroina nella provincia italiana. Mentre penso questo, mi passa accanto una stangona dal pantalone maculato, bionda, truccatissima, col pass al collo. Ecco, penso, ribaltando il ragionamento: se i Finley, facendo tutto questo, non riescono nemmeno a scopare, sono, senza appello, dei veri loser.
Tornando alla musica: i quattro si buttano su “Bonnie E Clyde”, e quando terminano, col fiatone, ci informano di essere stanchi: “dovremmo iniziare a drogarci, ma le droghe non ci interessano”… Ciononostante attaccano con “Fantasmi”, “l’ultima!”: ovviamente no. Dopo la pausa (riempita dai cori del pubblico che intona “Diventerai Una Star” a cappella), ecco l’encore: in versione acustica, con ospite il violinista Roberto Broggi, introducono la loro entry per la compilation benefica di Punk Goes Acustic (“un gruppo di oltre 30 musicisti emergenti italiani uniti dalla passione per il genere punk”), una versione quasi-folk di “I Fought The Law”dei Clash (non male, per niente, anche se Pedro e l’inglese non paiono andare molto d’accordo…).
Il resto del concerto è già scritto: mancano quelle tre/quattro canzoni fondamentali (questo, almeno, è quello che mi dice gente più informata di me). Ecco infatti che parte Adrenalina, con relativo pogo (giuro!) di qualche tipa sovrappeso che rischia, nonostante il mio quasi metro e novanta, di sdraiarmi a terra come sogliola nel mar. (Che se questo è pogo, ai concerti dei Sick of it All è guerriglia urbana). Fumo e Cenere calma gli animi: tutti si fermano per cantarla. Un brano morbido, italiano (come direbbe Stanis LaRochelle), azzeccatissimo come penultimo della scaletta.
Infine, ecco scattare “Diventerai Una Star”: ed è subito adolescenza condivisa. Che poi la domanda che mi faccio è: cosa dice una canzone del genere al pubblico dei Finley? Dove scatta la mimesi? Cosa ci trovano, di loro, in quella canzone, che alla fine parla di una band che vuole fare successo? Posso capire che possa raccontarti qualcosa se fai (o provi a fare) il musicista. Ma per tutti gli altri, che senso ha cantare a squarciagola “diventerai una star / una celebrità…”? Un altro mistero che si aggiunge ai tanti che mi infesteranno la mente stanotte.
Chiudendo il concerto con un ennesimo “Raga, è stato fantastico” (segnare: firmare proposta popolare di legge sul divieto dell’uso pubblico del termine “raga”), seguito da “siete voi che supportate questo progetto indipendente, che ci fate sopravvivere, giorno per giorno”, i Finley mi lasciano una sensazione strana addosso.
Crederci o vendersi? I Finley ci credono, nella loro infinità banalità, o è più un “teniamo famiglia”, un “si deve pur vivere”, che, intendiamoci, in un mondo in cui la musica è mercato, è totalmente e senza dubbio legittimo? Non so cosa sarebbe peggio, nella mia Weltanschauung in cui la musica è, oltre che un mercato, anche un qualcosa di morale, qualcosa che mette in ballo le profondità – abissali – delle persone (e vale anche per il pezzo più pop e meno “impegnato”, se fatto bene).
La cosa peggiore non è tanto responsabilità della band, che fa il suo mestiere tutto sommato bene, suonando ciò che vuole (per un motivo o per un altro). La cosa peggiore è la gente che, per mancanza di strumenti intellettuali, o, peggio, per scelta, sceglie di annullarsi, di appiattirsi, a mani alzate sotto un palco. È questo morbo della facilità, per cui se i Finley ti dicono che in Italia i giovani sono considerati un problema tu applaudi e urli, ma in realtà non ti rendi conto che, detta così, è un’immane cazzata, e soprattutto non ti stai confrontando con l’aspetto reale del tema che quelle parole (in modo pessimo) suggeriscono. E badate bene che non è tanto questione di Finley, ma vale anche per altre situazioni di fanatismo (mai stati ad un concerto milanese dei Ministri? Con la sola attenuante che, se ti sei convinto, criticamente, che ciò che dicono sia giusto, almeno è l’idea a convincerti, e non una maschera, un trucco, una finzione: non è solo il potere del palco, quel meccanismo per cui un concerto è, ricordiamolo, una comunicazione a senso unico, dove il pubblico è, sempre e comunque, passivo).
Mentre torno a casa ho una visione: la mia coscienza politica che si palesa in un fantasma, uno strano incrocio tra Antonio Gramsci e Obi-Wan Kenobi. Mi dice: “la dittatura è nei gesti. L’Impero è un concerto dei Finley”. Io lo guardo, sconsolato, e scuoto la testa. È da quando esiste il rock’n’roll che esiste il fanatismo, l’idolatria, lo strapparsi i capelli, il dio-mio-quanto-so’-fichi. Anzi, che dico? Da quando esiste l’Uomo, da quando il nostro antenato nudo e peloso si è alzato sul monolite per agitare la sua accetta di selce e, così, eccitare la tribù prima della caccia. Ad ogni modo, non è certo mia intenzione farmi additare come un Mosè che scende la montagna e distrugge il vitello d’oro (già li vedo, i fan dei Finley – i fanley? – che pensano “ma che cazzo vuole ‘sto qua?” – niente, ragazzi, si fa per dire). Sto tranquillo: so già che domani mi sveglierò e questa strana sensazione sarà svanita. D’altronde, come mi ha detto un amico, “ti fai troppe seghe mentali, sono i Finley, fanno le canzoni alla LEGO…” – e no, non riesco a dargli torto.
Onestamente la lunga coda per Glen Hansard in un freddissimo 20 febbraio milanese, non me l’aspettavo proprio. E invece in molti si sono presentati più che puntuali, in tempo per vedere anche l’opener, Lisa Hannigan. E qui la seconda sorpresa. Perché la Hannigan è fondamentalmente la talentuosa corista di Damien Rice che ha intrapreso una carriera da cantautrice e non ci si aspetta certo che il pubblico sia lì anche per lei. Non fraintendetemi, la Hannigan è bravissima, con il suo uso della voce a cavallo tra Emiliana Torrini e Julia Stone, un personaggio delicato che al tempo stesso trasmette determinazione, capace di stare sul palco da sola e incantare solo con le sue melodie e un ukulele. Ma mi aspettavo il solito semivuoto sotto il palco e una platea caciarona in attesa dell’headliner. E invece tutto il pubblico era già piazzato, col naso all’insù, in un silenzio attentissimo interrotto solo da qualche “Brava Lisa” e dal brusio di qualcuno che cantava Little Bird o Passenger.
Hansard si presenta sul palco con dieci strumentisti: basso, chitarra, batteria e uno dei violini sono i componenti dei The Frames, a cui si devono aggiungere trombone e sax, tastiere, altri due violini e un violoncello. Il concerto si apre con You will become a cui seguono Maybe not tonight e Talking with the wolves, tutt’e tre -per altro in quest’ordine- presenti nell’ultimo disco Rhythm and Repose: in un attimo l’atmosfera si fa intima e famigliare. Hansard ama raccontare aneddoti e parlare di se stesso, così intervalla i brani con la storia della gita al faro finita male o con la sua personale opinione della generazione X-factor (“Voler diventare celebri per la celebrità in sé è roba da fottuti ignoranti!”). La gente gli urla “Bravo” e “Grazie” e lui risponde “Grazie” e “Grazie” in un siparietto ilare che andrà avanti per tutto il concerto, quando finalmente Glen avrà imparato a dire “Prego”. L’irlandese è una cantautore serio ma che non veste i panni dell’intellettuale, è un frontman con un grande carisma ma anche molta modestia: il palco è gestito con professionalità, ma anche con leggerezza e disimpegno, con la consapevolezza implicita che uno show debba prima di tutto intrattenere, anche e soprattutto per catturare l’attenzione del pubblico e far passare meglio i propri messaggi. La scaletta prosegue con alcune sorprese: Love don’t leave me waiting finisce con una citazione improvvisata di Respect di Aretha Franklin, vengono eseguite alcune cover de The Swell Season, il progetto di Hansard con la pianista e cantante Marketa Irglovà, fra cui spicca la dolce In these arms, ma è l’accenno in palm muting di Wishlist dei Pearl Jam che scalda la platea: è una richiesta, il cantautore si lamenta anche perché non riesce a leggere testo e accordi per colpa del luciaio del Limelight che gli ha cambiato le luci (e ironizza: “Gli avevo detto di non farlo e lui l’ha fatto lo stesso! Che poi questo posto è una discoteca, avrà sì e no cinque colori…”). Fedele all’originale ed eseguita con molta delicatezza con il solo accompagnamento della chitarra, il brano richiama i musicisti sul palco per Fitzcarraldo, Santa Maria e Song of good hope, un momento serissimo in una serata leggera e divertente: la canzone viene dedicata a un amico malato di cancro che dopo anni di inutili cure si è messo in giro per il mondo a vivere il tempo che gli resta.
È l’encore, però, il vero apice di una serata piacevole e piena di sorprese: Hansard torna sul palco con la sua sola acustica (tra l’altro con la tavola armonica bucata – il ragazzo pesta come un dannato e credo si diverta anche a non usare i battipenna) e canta Say it to me now, senza microfono e senza amplificazione. Il pubblico si stringe sotto il palco, tutti fanno silenzio e ascoltano incantati. Con la Hannigan, poi, intona O sleep (brano composto dalla ragazza) e Falling Slowly dei The swell season. I musicisti tornano sul palco e c’è un momento veramente grottesco: un ragazzino dal pubblico aveva richiesto un brano dei Nirvana, perché il 20 febbraio sarebbe stato il compleanno di Cobain. Hansard lo accontenta, ma a condizione che salga sul palco per cantare. Il ragazzino è tutto imbarazzato, non sa che dire. La band attacca Breed e lui sta lì, microfono in mano, ad ammettere di non sapere le parole, poi prende coraggio e si limita a saltare e a fare le corna, secondo il migliore stereotipo. I musicisti sul palco sono divertitissimi (e per altro fanno una versione davvero bella del brano, energica e raffinata al tempo stesso), il pubblico anche. Con una splendida e caldissima This Gift (dal vivo davvero molto molto più potente che da disco – c’erano schegge di bacchette di Hopkins ovunque) finisce il concerto. Hansard e soci decidono di congedarsi dal pubblico in un modo meraviglioso: abbandonano tutti l’amplificazione, si dispongono sul palco come una compagnia teatrale per i saluti e gli inchini e intonano Passin’ through di Leonard Cohen: danno istruzioni agli spettatori sulle parole da cantare e scendono in mezzo a noi come una marchin’ band. Si fermano un po’ in mezzo alla platea e poi, continuando a suonare e cantare, salgono la scala che porta su una balconata di fronte al palco.
Il cambio di location dell’ultim’ora o quasi aveva fatto malpensare. Spostare il frontman degli Interpol, che sceglie Milano come tappa per il tour europeo di presentazione del suo ultimo album da solista, l’omonimo Paul Banks, dai Magazzini Generali, al ben più piccolo Tunnel, fa temere una risposta freddina del pubblico italiano. Arrivare alle sette e mezza per l’apertura cancelli e per gustarsi anche la performance di Roads Collide, progetto del romano Paolo Thomas Strudthoff scelto come spalla, non è valso a nulla: l’esibizione del cantautore è stata cancellata senza alcun preavviso (con grande stizza del fotografo accanto a me che mi mostra una mail sull’iPhone e mi dice “Ma non doveva esserci anche questo qui -indicando col ditino- oltre a Banks?”- letto esattamente com’è scritto, con la A bella aperta). Aggiungeteci che il Tunnel è stato deserto praticamente fino alle prime note di Skyscraper (poi si è riempito) e otterrete l’ umore di chi per quasi tre ore ha aspettato di sentire un po’ di musica in un locale vuoto e coi bagni luridi (di cosa e chi poi, che non c’era nessuno?). Fortuna che Banks ha un pubblico parecchio variopinto tutto da studiare, che va dal quarantenne negli abiti casual di chi è appena uscito dall’ufficio e con l’andazzo di chi probabilmente dieci anni fa si era preso la fissa degli Interpol, alle ragazzine finto hipster pronte a starnazzare su quanto sia bono Banks, a cui non lanciano reggiseni sul palco solo perchè hanno dovuto portare tutta la loro collezione di prime coppa a datate per avere uno nuovo da Tezenis o chi per esso. Chiariamo subito una cosa: a me gli Interpol fanno schifo. Sono andata al concerto di Banks perchè ho un ragazzo che da mesi me ne parla e adoro andare ai concerti di quelli che per me sono praticamente perfetti sconosciuti a fare la snob. E stando ai live report usciti su altre webzine sono stata molto fortunata perchè non presentarmi al Tunnel né sperando mi venisse offerto un amarcord della band né tantomeno che i pezzi solisti del cantautore americano fossero all’altezza delle sue precedenti esperienze, mi ha permesso di godermi il concerto in sé e per sé. Tutti i brani, grazie a dio nessuno degli Interpol, sono eseguiti sul palco in maniera praticamente fedele all’originale, un disco (di cui ho già parlato nelle Pills di qualche settimana fa) veramente ben riuscito per quanto riguarda le registrazioni e la cura delle sonorità. Ed esattamente come da disco spiccano le solite canzoni, I’ll sue you, Young again, Lisbon, The base. Banks non è un frontman con molto carisma, sembra stanco e concentratissimo, a malapena sorride tra un pezzo e l’altro e il massimo dell’espressione corporea è agitare gli stinchi nei pantaloni elegantemente stirati; per fortuna ha alla sua destra un chitarrista rockettaro, Damien Paris, che, se ha irritato i puristi del genere (mi riferisco alla recensione uscita su indie-rock.it), mi ha sorpreso per versatilità e buon gusto. Non è facile passare dall’hard rock della sua band, The giraffes, ai brevi incisi melodici e alle scale zeppe di riverbero degli arrangiamenti di un album solista squisitamente indie, ma Paris riesce a portare un po’ del calore sanguigno delle tradizionali pentatoniche, insinuandole sulle dissonanze arpeggiate eseguite dal cantante su quella che dovrebbe essere una Yamaha eg112 da poche centinaia di dollari. Fondamentale, per quanto visivamente si releghi in un angolo del palco, è il bassista-tastierista Brandon Curtis, maniacalmente preciso e pulito in ogni intervento. Durante l’esibizione emerge un dettaglio, che sfugge all’ascolto dell’album, sul criterio compositivo del newyorkese: non è la verticalità armonica la base della costruzione del brano, ma l’orizzontalità melodica e contrappuntistica. Ogni canzone è costruita su incisi melodici, di lunghezza variabile, ciascuno affidato a uno strumento: è proprio la loro sovrapposizione che crea la base per supportare la parola. Non c’è la classica distinzione fra chitarra ritmica e chitarra solista col basso che fa da sostegno armonico, perchè semplicemente non c’è un elemento più importante dell’altro. Ne esce una trama sonora molto moderna, a tratti stridente per tutte le dissonanze che si creano, sostenuta, supportata e portata avanti dalla batteria di Charles Burst, attento quanto i compagni ai suoni al punto di sfruttare contemporaneamente due rullanti di diversa tensione. La sensazione finale è che sia tutto molto meno artefatto, meno concepito in studio ed effettato di quanto si pensi. Purtroppo temo che nessuno si sia soffermato a notare queste cose. Le ragazzine erano impegnate chi a sbavare chi a cantare a squarciagola manco fosse stato Vasco a San Siro e la prima fila, che di solito dovrebbe essere lo zoccolo duro dei veri fans, aveva i notes per gli autografi già su The base, terzultimo brano in scaletta, o la compatta in modalità video accesa dal primo attacco.
Nonostante la neve per le strade di Torino, questa sera l’Hiroshima Mon Amour è gremito. Non solo in platea, plasmata da ragazzi più o meno giovani, ma anche sul palco. Anche qui, più o meno giovani. Tutti però pronti a sfoderare un grade repertorio musicale per debellare il sintomo di una musica popolare morente.
E questa è la nostra musica popolare, proprio come quella dei cantautori seduti nei teatri, di Radio Italia e di Sanremo. La troviamo pure nei club e non è neanche una novità, inutile fare gli snob. Se “Andate tutti affanculo” è finito tra i primi 100 dischi italiani di sempre per Rolling Stones (insieme per altro a Africa Unite e Perturbazione), non è solo una questione di stupide classifiche o di colpo trasgressivo sparato alto da un giornale mainstream, ma forse è un segno di un vero fenomeno di costume che dovremmo accettare: la “musica alternativa” ci appartiene e forse è anche riduttivo continuare a definirla “alternativa”. Fuori dal circolo, con quell’etichetta che ha tutta l’aria di chi in estate va al mare ma preferisce arrampicare le montagne alle spalle piuttosto che stare in spiaggia a godere del sole e della salsedine. Qui, oggi di questi semplici doni della natura godiamo eccome, anche se in questa atmosfera colabrodo i raggi ultravioletti ustionano la nostra pelle e il mare è mosso, pieno di rifiuti e meduse pronte all’attacco. Tutto questo rende la musica più vera e reale. Proprio come la vogliamo noi.
E così anche la musica “alternativa” si posa in spiaggia senza però smettere di far lavorare il cervello. Sta un po’ coperta sotto l’ombrellone e guarda in cagnesco i vicini che si differenziano tra veline dalla voce di plastica e bellimbusti ben pettinati. Rimane comunque ferma li a pavoneggiarsi, a godere e farci godere della sua nudità, della sua incredibile forza e qualità artistica. Certo l’occasione è ghiotta per mostrarsi, La Notte Della Locusta ci propone nella stessa sera due acclamatissimi “big” come Il Pan del Diavolo e Zen Circus.
Ad aprire le danze ci sono Flora e Fauna: toscanacci e attivi dal 1991 al 1999, riuniti proprio in questo 2012 per supportare gli Zen Circus in tour. Il trio sprigiona post-rock stortissimo intriso del riflesso americano dei gloriosi anni 90, suonato con minuziosa precisione, senza mai disperdersi in freddi tecnicismi.
In poco più di mezz’ora di set (in gran parte strumentale) ne escono angoscia, rabbia, claustrofobia e vertigini. Inizio spietato affidato a chi di palchi marci ne ha visti fin troppi e questa sera si mette in tiro per l’occasione. Sembra quasi la celebrazione di una band che nonostante i vent’anni alle spalle suona incredibilmente moderna e grida ancora a gran voce il suo disagio e la sua voglia di libertà.
Pare un po’ meticcia, ma anche questa è musica italiana.
Dopo l’uragano scatenato dai Flora e Fauna veniamo lentamente risucchiati nell’inferno. Il Pan del Diavolo sale sul palco e due chitarre acustiche ci fanno sprofondare a suon di blues antico, oscuro e mostruosamente scandito. Come un’inesorabile e apocalittica clessidra.
Il duo palermitano parte a razzo con “Coltiverò l’ortica”. Le narrazioni di Alessandro Alosi e le pennate composte (più composto ancora è il suo ciuffo) di Gianluca Bartolo ci schiacciano il viso al pavimento. La forza di gravità aumenta in modo esponenziale finché non perfora il suolo e veniamo assorbiti nelle fiamme durante la canzone perfetta per questa festa: “Il centauro”.
Il fuoco ci colora gli occhi e il fumo esce dalle mani dei ragazzi che colpiscono la chitarra come i demoni tagliano le teste (“taglia la mano come la lama” dice “Scimmia urlatore”). Il set rimane minimale nonostante l’uso di basi e nonostante la grancassa percuota le mura del club torinese invocando scenari catastrofici. Il Pan del Diavolo non è una band innovativa e lo sapevamo, niente di trascendentale. A dire il vero il set di un’ora risulta essere anche leggermente ripetitivo. Ma questo è il solito e vecchio inferno dantesco, un poco rivisitato ma che ci brucia ancora la pelle e il cuore.
I peccati della nostra sorda società ci sono tutti e i due ragazzotti siciliani li elencano con meticolosità in tutto il loro repertorio. Su tutti la frenesia e la futilità del raggiungimento della vetta in “La velocità”. Altro che vetta qui sprofondiamo sempre di più, fino alla chiusura, affidata all vortice “Farà cadere lei”. Ora siamo proprio in fondo. In faccia ai nostri demoni e all’ultima nota restiamo davanti a loro per farci quattro chiacchiere mentre aspettiamo di risalire un poco in questo ultimo atto della notte.
La salita però si fa attendere e viene subito rimandata a domani. Sul palco attaccano gli Zen Circus con un primo set semiacustico: “Vent’anni”, “Atto secondo”, “I just wanna live” e “Andate tutti affanculo”. Direi che accendiamo una sigaretta, ci sediamo di fronte ai nostri amici demoni che di chiacchiere per esorcizzarli ne dobbiamo fare ancora un po’.
Del trio pisano Rockambula è grande fan, inutile nasconderlo e di parole spese ad elogiarli ne sono già state versate a fiumi in questo 2012.
Oggi Appino nella prima parte pare non essere in forma perfetta, forse la pausa pronunciata fino al 2014 è dovuta, necessaria nonché meritata. Certo dettagli, gli Zen Cirus rimangono a mio avviso la migliore live band italiana: muscoli e offese, mai troppo celate e comunque costruttive, sparate a raffica nel loro più completo greatest hits. Grande gioia per tutti noi fan.
E allora poche sorprese (una è sicuramente il punk finlandese con la cover “Poliisi Pamputaa Taas” da “Metal Arcade”), e tanti canti corali insieme a un pubblico caldo e un po’ intristito dal vuoto che gli Zen lasceranno nel prossimo anno. Si alternano “L’amorale”, “Gente di merda”, “L’egoista” e una simpatica e intelligente serie di “canzoni a coppie”. Così la “Ragazza eroina” direttamente dai ‘60s se ne va via a braccetto con il “Ragazzo eroe” elogiato dalla grattugia di Karim Qqru (incredibile come riesca a pestare anche con quel trabiccolo al collo!).
Non mancano ovviamente le burle narrate da Ufo (sempre spassosi i suoi siparietti), l’inno natalizio di “Canzone di Natale” e la fatidica domanda finale: siamo “Nati per subire”? La loro risposta è no! I tre bischeri ci lasciano con un barlume di speranza e il cuore infuocato di rabbia e ribellione. Come se in questa gelida notte di neve non fossimo già roventi grazie agli episodi precedenti.
Fine. I nostri eroi si alzano dalla spiaggia belli abbronzati, si scolano il cocktail ancora fresco e ne fanno carburante.
Si ritorna sui monti circostanti a rintanarsi per un po’. A scalare qualche altra vetta, per rinforzare i muscoli di una musica che comunque oggi ci dimostra di essere bella tonica e prestante. Un bel fisichino che non sfigura mica sotto i riflettori.
Coi Band of Horses avevo un conto in sospeso dal Rock in Idrho 2011, quando avevo cercato rifugio dalla calura estiva e dalla cappa mozzafiato che tirava su l’asfalto (non c’era neanche quella verdeggiante copertura sintetica usata nell’ultima edizione dell’Heineken Jammin’ Festival) allontanandomi sotto qualche stand proprio durante la loro esibizione. A mia discolpa posso dire che dovevo risparmiare sali minerali e forze fisiche per i Social Distorsion e Iggy Pop e che aspettavo fremente l’esibizione serale dei Foo Fighters.
Ad ogni modo, il 4 novembre scorso sono andata all’Alcatraz di Milano con l’intenzione di farmi perdonare: guadagnare una posizione tra le prime file e non perdermi neanche un secondo di show.
Sopportare la pretestuosa arroganza estetica e il poco talento degli opener, i Goldheart Assembly – londinesi, un tastierista hipster, un batterista con l’aria da hyppie ripulito, il chitarrista solista che fa il rumorista, il chitarrista ritmico che fa il solista e un bassista fact totum che da solo ridimensiona un pochino il mio giudizio negativo sulla band – mi è valsa la terza fila. Davanti a me fans insospettabilmente sulla quarantina accozzati alle transenne, di fianco e dietro un tripudio di barbe finto incolte, camicie a quadretti e maglioncini a righe, con l’età media che diminuiva man mano che ci si allontanava dal palco.
The great salt lake apre il concerto e insieme alle immagini paesaggistiche dello schermo sul fondale e alle stampe che rivestono le tastiere e le rastrelliere poggiachitarre (una scelta scenografica essenziale ma decisamente adeguata e di buon gusto) ci fa dimenticare di essere al chiuso in una grande città. E si respira, perché fin da subito i BoH regalano quella stessa sensazione che si ha in campagna, quel misto di libertà e tradizioni ritrovate.
I cinque sul palco hanno tutti una personalità e un ruolo ben definiti: Creighton Barrett è il batterista muscoloso con un tocco in realtà delicatissimo, una certa agilità e una buona cura delle dinamiche, Ryan Monroe è l’animo blues che investe i brani tanto da dietro le tastiere quanto con la chitarra a tracolla e le back voices (neanche troppo back, visto che la grana particolarmente calda e sanguigna della sua voce è stata più volte determinante per dare carattere al brano, sorprendendo chi non si aspettava proprio tanta grazia da un corpulento polistrumentista), Tyler Ramsey è l’asociale del palco, tutto avvolto nella sua camicia a scacchi e il viso nascosto tra barba e capelli, solo con un paio di serenissimi occhi azzurri che rivelano quanto se la stia spassando realmente, mentre Bill Reynolds è il fascio di nervi che tengono il plettro nella mano destra e aspettano il loro turno per riempire tutto di basse frequenze. L’insieme è magistralmente diretto da Ben Bridwell, che roteando il braccio scarabocchiato da tatuaggi improponibili marca stacchi ed entrate. Si guardano e si sorridono sempre, con un entusiasmo, una freschezza e una genuinità che sorprende: sarà la costante dell’ora e mezza di spettacolo, insieme alle sigarette di Bridwell che pure non sporcano assolutamente la sua voce, pulita come in studio, potente all’occorrenza e senza mai un cedimento.
La scaletta prosegue e il pubblico la riceve quasi inebetito e impotente fino a Laredo, quando finalmente l’Alcatraz si mette a cantare (con me in versione snob che un po’ mi risento per l’ovvietà di inserire questo pezzo, io che sto aspettando – alla fine invano – che facciano Detlef Schrempf). E da qui sono tanti i momenti veramente intensi: On my way back home, Powderfinger di Neil Young e soprattutto Infinite Arms. I BoH hanno un muro di suono caldissimo, che forse non ci si aspetta dall’ascolto domestico del cd. Lo giostrano magistralmente in un crescendo di emozione: Is there a ghost, Weed Party, Everything is gonna be undone e la recentissima e americanissima Knock Knock. L’apice però lo raggiungono con No one’s gonna love you: sul palco luci basse, solo Tyler che arpeggia con due dita, senza plettro, dando morbidezza e rotondità al suono, e Ben che non sbaglia neanche uno dei salti melodici che la canzone impone; sotto il palco, invece, coppie abbracciate che si sentono protagoniste di quel testo. E sorridono. E ci si rende conto che non è solo perché si ha una persona da abbracciare a un concerto, in un momento così romantico oltretutto, ma perché sul palco c’è qualcuno che da quasi un’ora continua a sorridere in modo contagioso, rimpallandosi sguardi complici. L’umanità dei BoH viene fuori con chiarezza in The Funeral, quando Bridwell ha la prima e unica incertezza di tutto il live: si dà il quattro ad alta voce per rientrare e sbaglia, sbavando le note della ripresa alla chitarra. “Oh shit, sorry” e un sorriso, imbarazzato questa volta, che non rovina per nulla il mood del brano.
L’encore dovrebbe prevedere The first song: la steel guitar è preparata dai tecnici durante la pausa, ma resta inutilizzata (non si sa se per un problema tecnico o per un semplice cambio di programma). Il concerto si chiude con Cigarettes, wedding bands e con la cover dei Them Two di Am I a good man. I Band of Horses non hanno fatto solo il compitino, anzi. Hanno dato prova di essere una band professionale e preparata, modesta come attitudine ma affatto mediocre artisticamente (non come sostenuto da Gianni Sibilla nella recensione di Mirage Rock su Rockol, in cui la formazione è definita “media”, in grado di soddisfare i gusti di un pubblico vasto e variegato, non eccellendo in nulla di particolare), con una passione e una carica probabilmente insospettabili da disco, ma che è sicuramente il punto di forza dei loro live e la loro migliore soluzione comunicativa.
Certo le dimensioni questa sera sembrano esageratamente ristrette. Lo sono in primo luogo per la folla che intasa un piccolo e facilmente intasabile “Spazio” 211(storico locale di Torino).
E poi lo sono soprattutto perché un cantautore dal nome così imponente, in realtà non lo è affatto dato che supererà a mala pena il metro e settanta. E, per sbeffeggiare ancora di più il suo nome, si abbassa spesso con la sua acustica, forse per vederci meglio in faccia, per raggiungere il nostro panorama o forse più semplicemente per farci vedere il suo di panorama. Il giovane Kristian Mattson, vede lontano, o meglio vede distorto: i suoi orizzonti confondono Svezia con madre America. La madre del cantautorato più viscerale e rupestre.
La serata inizia verso le 22 con un sold out inaspettato e sul palco salgono Dan Haywood’s New Hawk che risultano tutto sommato piacevoli ma poco incisivi, una bella lavata di acqua fresca in preparazione del viaggio.
Alle 23 dopo un po’ di attesa arriva l’ometto del Nord, con canotta addosso. A sottolineare che il freddo lui lo conosce bene e non è sicuramente questa tiepida serata di Ottobre a Torino. Kristian è pronto a farci vedere come il suo tenue calore di fiammifero può convivere in un immenso prato innevato, dando quel piccolo sollievo, come un illusione che calma i brividi e le paure. L’opener è affidata all’emblematica “To just grow away”: pietre preziose e fiumi in piena (“with a rain to help a river, but a river is so hard to please, but I’ve grown to see the diamond thrown in just for me”).
Il folk prende una nuova dimensione, senza snaturare la dura vena melodica, la campagna, le radici dei “padri fondatori”. Onde dinamiche che ci portano in alto, per capire la prospettiva di Kristian, e poi ci riaccompagnano comodamente giù. Così la giostra sale piano e raggiunge subito uno dei punti più alti con “Love is all”, passionale e poetica in parole e fingerpicking: chitarra e voce sono un unica entità, occupano lo stesso spazio nelle nostre orecchie, graffiano e accarezzano. Non importa se ad accompagnare la splendida voce sia la Gretch o una acustica, le pungenti corde vocali e quelle sintetiche viaggiano sempre a braccetto, come due pazzi e giovani innamorati.
Il ricordo del terremoto svedese di “1904” porta in casa nostra una piccola ventata di rivoluzione. Arriva fresca e pungente e strappa un sorriso inopportuno.
“The Gardener” ci conduce verso ritmi più sostenuti, il fiammifero forse non basta. E allora battiamo leggermente il piede, senza fare troppo rumore, senza lasciare i muscoli lavorare troppo che ci pensa già la mente a farci viaggiare. Ora i fantasmi di Dylan (che è ancora vivo ma già da un po’ gioca con il suo fantasma) e di Johnny Cash sono più presenti che mai dietro lo scarno stage del club. Volteggiano come avvoltoi affamati, intenti a catturare applausi ancora meritati. E poi leggermente in disparte, più per il suo timido carattere che per questioni stilistiche, c’è il fantasma di Nick Drake: osserva e si emoziona davanti alle pennate del Tallest Man.
L’attenzione si mantiene viva per tutta la scaletta grazie ad una buona presenza scenica del ragazzo, oltre all’impeccabile interpretazione di brani anche meno conosciuti ma che stregano ugualmente il pubblico torinese. E allora si passa dalla stradaiola “Like a wheel” all’indemoniato fingerpicking di “Where do my bluebird fly”, salita a metà tra dolce paradiso e inferno di ghiaccio.
Nel finale la frequenza dell’altalena aumenta con “The wild hunt” e qui Dylan smette di volteggiare sopra l’alta testa di Kristian, ma scende e per abbracciarlo in un surreale duetto. E nel brano forse solo io in tutta la terra sento la somiglianza con la “Redemption Song” di Bob Marley. Il potere di Tallest Man è così strabiliante da unire radici così lontane, rimandi a culture e panorami così diversi eppure ristretti questa sera in questo spazio. Dall’alto dopotutto ogni distanza pare minuscola.
Persino la cover di “Graceland” stinge li spazi, come per conservare quel briciolo di calore cinetico di ruote che viaggiano. Poco importa se non scorrono più nella “highway across Mississipi river” ma montano le catene per combattere il ghiaccio dei più modesti sentieri svedesi.
Kristian ci lascia infine con una versione al piano della sua “The Dreamer”, la luce e la natura combattono il tiranno divenire e la disillusione (“nothing good out there won’t be old”). Tutto si ferma per un attimo, e poi si disperde nuovamente come la folla prima che entrare nello “Spazio”.
La giostra finisce non c’è un’altra corsa e tutto riprende la sua dimensione. Non ci resta che ringraziare il Tallest Man per averci regalato il suo panorama, alto o basso che sia.
Il Soundlabs Festival nasce dalla passione per la musica e dalla volontà di coinvolgere il pubblico abruzzese ma anche quest’anno ha fatto registrare ottimi numeri di presenze sia da fuori regione sia dall’estero.
Il programma come sempre era all’altezza delle aspettative ma ad entusiasmare i presenti è stata anche la cornice che lo ha ospitato; Castelbasso, in provincia di Teramo, infatti è uno dei borghi più affascinanti d’Italia e le sue piazze ben si prestano ad eventi del genere.
La tenacia e la volontà che da anni contraddistingue lo staff del festival hanno permesso il perfetto svolgimento della manifestazione.
Punta di diamante dell’edizione 2012 è stato sicuramente Thurston Moore, cofondatore e chitarrista dei newyorkesi Sonic Youth, che attualmente giacciono in un limbo dopo le vicende interne che hanno scosso il gruppo e costretto i suoi membri a concentrarsi in progetti solisti come in questo caso.
Tuttavia il concerto del biondo ed altissimo chitarrista ha offerto spunti di altissimo livello grazie anche alla band che lo supportava nelle escursioni sonore fatte di armonia e rumorismi continui.
Nella calda giornata del 26 luglio Moore è stato preceduto dagli Amelie Tritesse, interessante progetto artistico abruzzese che ha proposto brani dal loro cd/libro di esordio “Cazzo ne sapete voi del Rock and Roll”, curioso lavoro in bilico tra tra rock ed elettronica, acustica e parlato.
Ad essi sono seguiti i cantautori John Wolfington, nato artisticamente sotto l’etichetta Smell Like Records diretta da Steve Shelley, batterista dei Sonic Youth, e Nigel Wright, diciannovenne dal timbro vocale già maturo nonostante la giovane età che ha proposto un concerto intriso di brani tratti dalla sua ultima fatica discografica che era disponibile anche nel merchandising in una curiosa edizione in download digitale attraverso un libretto molto curato nella grafica che presentava al suo interno un codice esclusivo con cui scaricare l’intero album.
Il giorno successivo ad aprire l’evento sono stati i Delawater, side project indie rock di alcuni membri dei già citati Amelie Tritesse, che in poco più di trenta minuti di esibizione hanno tirato fuori brani dal loro esordio tutto in vinile realizzato sotto la sapiente guida del famoso produttore Mattia Coletti.
Successivamente i britannici Let’s Buy Happiness si sono lasciati andare nella loro musica caratterizzata dalla voce della frontwoman Sarah Hall che spesso viene accomunata a quella di Bjork.
Se fossi in voi terrei strettamente d’occhio questa interessante formazione, perché ne vale davvero la pena, credetemi!
Alle 21:30 circa è stato quindi il turno degli A Classic Education, formazione nota per lo più al pubblico oltralpe ma che si sta guadagnando un folto seguito anche qui in Italia.
Guidati dal cantante italo-canadese Jonathan Clancy in quasi un’ora di concerto hanno coinvolto il pubblico presente con il loro rock ‘n roll condensato da atmosfere molto fifties e sixties.
A chiudere la giornata sono stati gli inglesi Veronica Falls, band per metà al maschile e metà al femminile, dal sapore retrò e dal sound che ricorda da vicino i minimalisti Velvet Underground ma anche le grandi formazioni garage / post punk dei primi anni ottanta.
Se volete scoprirli meglio vi consiglio di acquistare un loro ep contenente sei covers di artisti famosi quali Rolling Stones e David Bowie.
Quando lo inserite nel vostro lettore cd sicuro continuerete ad ascoltarlo di continuo…E’ troppo bello e si presenta anche in un’ottima confezione bicolore bianca e blu che rende il lavoro piacevole sia all’ascolto sia al tatto.
L’ultimo giorno è stato inaugurato invece da Orlando Ef, cantautore abruzzese qui accompagnato dalla sua fedele band in cui milita anche il chitarrista dei Reverse Hole.
Le sue canzoni molto artigianali e homemade presentano arrangiamenti curatissimi in ogni dettaglio e si sono ben prestate nella dimensione live.
Dopo di lui IlSogno IlVeleno, alias Alex Secone, che ha anche presentato precedentemente anche il festival in un mini concerto presso lo stabilimento Le Canarie di Pescara.
Il suo esordio “Piccole Catastrofi” è stato già ben accolto da critica e pubblico e potrebbe essere una delle migliori nuove proposte italiane…
Come sempre il Soundlabs è fucina di talenti da scoprire e assaporare!
Anche il progetto tutto siciliano Dimartino nato dalle ceneri dei Famelika potrebbe essere la novità indie dell’anno, il loro live è infatti molto curato in ogni minimo dettaglio ed arrangiamento nonostante sul palco si presentino solo in tre!
Melodie ben strutturate e testi diretti, comprensibili e quanto mai sinceri sono il loro fiore all’occhiello, per cui non lasciatevi sfuggire il loro ultimo lavoro in studio.
A chiudere la rassegna è stato lo svedese Jens Lekman col suo indie-pop ironico ma mai troppo melenso.
Durante i tre giorni è stato anche girato un documentario dell’evento sotto la direzione della russa Evka Bychkova e sono stati condotti dei labs atti alla formazione di nuovi giovani talenti nelle arti musicali e visive.
Arrivederci quindi al 2013 con la diciassettesima edizione del Soundlabs Festival!
Ammiccanti ma anche outsider sul ciglio del precipizio commerciale. Eclettici ma particolarmente piacioni. Stanno in piedi nonostante qualche sbucciatura alle ginocchia, senza perdere entità e stile, senza scivolare in quel vortice di pochezza così invitante e appetitoso. I Negrita sono una delle band più longeve e pure del panorama italiano, sempre freschi, astutamente coraggiosi e perché no pure fortunati, con lo spirito a mezz’aria tra poesie alla luna e serate etiliche giù in città.
La location piemontese che ospita questa tappa estiva del “Dannato Vivere” Tour è il Contro Festival di Castagnole Lanze, manifestazione ormai decennale: ben rodata ed insediata nella ridente cittadina astigiana dalla grande entità eno-gastronomica. Il contorno è sicuramente suggestivo e pittoresco: piccola piazzetta di paese, colline ad abbracciarla, bambini in braccio ai genitori, qualche zaffata di canna, chiesetta e un balcone a lato del palco con tre vecchine molto attente ai ritmi sfoderati dalla band arentina. Tutto schiacciato in una realtà agricola così viva e così sanguigna che paradossalmente accoglie alla perfezione tutto questo rock’n’roll multietnico.
Il fumo alle 21.45 invade l’esile palco e i Negrita zompano su come dei ragazzini sulle note dell’intro “Pape Satan” già caldi per attaccare “Cambio”, giusto per dirci che gli anni non sono stati così feroci con loro e il grido di rivoluzione non si è ancora spento.
Ed è vero: il grido si sente ancora e si sente per tutte le due ore di show, ma è impossibile non accorgersi che ora è un po’ più pilotato e soffice. Il sound della band è ancora fresco e vivo, suona moderno e voglioso, ma anche patinato e ammorbidito. La “colpa” (se di colpa si dovesse trattare) è forse dei “nuovi” elementi: il tamarissimo John Type, scratcher e campioni, e il matematico Cristiano Dalla Pellegrina, batterista da quasi dieci anni con la band ma che pare un po’ spaesato sui classiconi più aggressivi. Pare che loro rimettano tutto in regola, rendendo più piacevole e morbida la “vibra buona”, una bella levigata per tutti i tipi di orecchio. A discapito però del calore e dell’esuberanza dei veterani Pau, Mac, Drigo e Franky.
La scaletta si destreggia principalmente tra gli album anni 2000 facendo spiccare lo splendore e la genuinità dei brani tratti da “HellDorado”: “Radio Conga”, “Salvation”, “Che rumore fa la felicità” e “Notte Mediterranea” tentano in ogni modo di scatenare un pubblico eterogeneo (e a dir la verità neanche troppo numeroso) più attento a “non far tardi che il giorno dopo si lavora” piuttosto che lasciarsi andare alla fiesta multirazziale ben arredata dal combo toscano. La scelta del dj è sicuramente adattata alla grande nei brani di nuova produzione, anche se per un romantico come me una bella sezione fiati e percussioni renderebbero anomala l’onda, molte volte strozzata dalla digitalizzazione.
I Negrita sono sicuramente a loro agio sul palco, è la loro seconda dimora e si nota. Tranquilli e sciolti in mezzo a questa piccola realtà contadina, che sembra farli sentire a casa. Pau stupisce per la grande espressività sprigionata dalle corde vocali, ma rimango un po’ incredulo quando si interfaccia con il pubblico, l’intrattenimento tra un pezzo e l’altro non è sicuro dei più riusciti.
“Il giorno delle verità” e “Uno giorno di ordinaria magia” sono i momenti di Drigo, chitarrista ipnotico e tecnicamente impeccabile. Sfodera un gusto straordinario nel suo finger picking che sa essere morbido e indiavolato al momento giusto. La vera punta di diamante di questa band è proprio lui, rizza i peli delle braccia ogni volta che accarezza le corde. Dietro le quinte Mac lo fomenta alla grande con un tocco più aggressivo ma mai invadente: i nostri Ron Wood e Keith Richards. Le chitarre però paiono spesso soffuse quando invece ci vorrebbe una bella spinta, “Transalcolico” e “Mama Maè” sono troppo omogeneizzate e appiattite. E sprigionate quel rock’n’roll che avete nel sangue!
Perfetto è invece il processo di “modernizzazione” di “A modo mio”, il reggae comanda le gambe dei presenti in piazza, l’unico momento in cui nessuno pare più pensare molto alla sveglia dell’indomani.
Le ballate sono intense e vere, altro sintomo che i Negrita lavorano col cuore. Gli episodi più riusciti arrivano a sorpresa dal loro ultimo (e a mio avviso mediocre) album: “Brucerò per te” è ruvida e spinge il corpo ad una danza lenta e riflessiva, sotto una luna che sopra di noi si fa spazio tra le nubi, una preghiera al cielo matura e passionale, e poi la splendida “La vita incandescente” dove Pau dimostra per l’ennesima volta di essere un grande paroliere, diretto e profetico. “Ho imparato a sognare” invece viene tirata fuori, troppo stridente e americana, e nonostante il grande coro da stadio resta una forzatura in una scaletta per il resto quasi perfetta.
“Gioia infinita” chiude il cerchio dopo più di due ore e la gente si scatena in questo ritmo fricchettone che apre pista alle note dell’outro “Baby I love you” (The Ramones), in cui i ragazzi poggiano gli strumenti a terra e salutano con enorme calore un pubblico di certo non memorabile.
Bene. Dopo tutto questo non saprei dire se i Negrita sono la migliore band italiana, lo pensavo fino a ieri. Sicuro posso dire che sono una band che se la vive bene in mezzo alle sue mille contraddizioni.
Però di questa serata ricorderò due episodi chiave che vanno oltre il sound e oltre il singolo show: le tre vecchine sedute sul balcone per le intere due ore e la schiena rotta del papà di fianco a me che si è subito l’euforia della figlioletta di 6 anni. E qui io mi fermo e mi inchino davanti alla potenza della musica pop.