Structure Moderne, la destrutturazione musicale come colonna sonora del nostro strano mondo

Written by Recensioni

Tra rumoroso post-punk e aperture jazz, l’album d’esordio della band parigina parla ad alta voce del difficile mondo in cui stiamo vivendo.
[04.04.2025 | Conicle | post-punk, krautrock, no wave, post-jazz]

Nel 1973 usciva al cinema Badlands, l’esordio di quello che sarebbe divenuto uno dei più grandi registi della storia del cinema, Terrence Malick. Nel film, violento e drammatico, si percepisce una palpabile malinconia, è un viaggio fisico dei protagonisti ma anche un viaggio interiore ed emotivo dello spettatore. Una pellicola che tiene in equilibrio precario un potente senso di tensione e di libertà.

La stessa sensazione la si prova ascoltando l’album di debutto omonimo dei parigini Structure Moderne. Tensione e libertà appunto, date dalla scelta non convenzionale di unire il post-punk al krautrock, al jazz, alla no wave e al post-rock. Straniante e appagante la mutazione musicale a cui ogni brano va incontro, dando a chi ascolta un senso di continuo movimento, di viaggio viscerale e introspettivo.

Structure Moderne
Rumori e melodie, luci ed ombre.

Badlands è il brano che più di tutti dichiara le intenzioni della band: caos sonoro disturbante e affascinante, inno di un mondo che sta diventando sempre più invivibile. La voce abissale e inquietante del batterista Gil (che qui canta) ricorda il Michael Gira più ipnotico e il Layne Staley più straziante, mentre le chitarre creano un tappeto quasi shoegaze e la tromba jazz nella coda finale dona inaspettata eleganza.
Rumore e melodia, luce ed ombra: dicotomie che in questo brano sono come Kit e Holly, i due protagonisti del film di Malick che, nonostante l’apparente incompatibilità, si sostengono l’un l’altra.

E, se in Wild Nights la band tende la mano al krautrock dei NEU! e ai synth avviluppanti del periodo berlinese di David Bowie, il singolo Kamalasana abbraccia invece i suoni post-punk più moderni e claustrofobici di Protomartyr e Iceage.

In coda al disco troviamo Der Wunder Viele, che mi ha fatto pensare al brutalismo. Forse per il testo in tedesco, forse per le ritmiche squadrate, forse per quella tromba e quel synth che mi ha ricordato le musiche di Daniel Blumberg (vincitore dell’Oscar per il recente film di Brady Corbet).
Un pezzo brutalista nei suoni e nella tensione che si infila sottopelle, inarrestabile. Un rituale sonoro che chiude il disco un ciclo di distruzione e rinascita.

Un debutto austero e brillante.

Con questo esordio, gli Structure Moderne mettono le cose in chiaro: pur non essendo innovatori di un genere, essi intendono comunque lasciare il segno in un filone già saturo, facendosi spazio tra i grandi nomi con la loro musica ipnotica e affascinante, tanto ruvida quanto magica.
Il perfetto bilanciamento tra rumorose distorsioni e sognanti melodie, tra cruda drammaticità e sottile delicatezza non è proprio da tutti, e in questo la band francese eccelle.

Un debutto austero e brillante, capace di coinvolgere l’ascoltatore e sbatterlo in un mondo in continua metamorfosi, in continua evoluzione. Nasce così un disco potente e selvaggio, punto di partenza per carriera tutta in divenire.
Con un’innata capacità e uno spiccato spirito di adattamento, la band francese ha messo insieme sei brani convincenti e intelligenti, che toccano tematiche e sonorità diverse, ispirandosi anche alla letteratura (da Emily Dickinson a Shakespeare, passando per Friedrich Hölderlin e D.H. Lawrence).

Tutto il disco funziona benissimo, come una macchina che sembra già rodata da anni ma che è invece nuova di zecca. Un gran bell’esordio e una band che appare già adulta, di cui mi auguro sentiremo ancora parlare.

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Last modified: 4 Aprile 2025