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Claudio Cataldi – Homing Season

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Un cantautore siculo e suona freddo. Sicuramente caratteristica che, per quanto  possa essere considerata negativa, dona all’aspetto prettamente meridionale di Claudio Catoldi un tocco esotico. La sua musica è contaminata dal ghiaccio e da quella malinconia che si trova solo scavando a fondo. Perforando la pelle, pescando la naturalezza e (perché no?) anche la semplice bellezza dei sentimenti cupi. Quello che ne esce è sicuramente un suono triste, tagliente ma anche vero, sincero e che riesce a sfiorare appena la nevrosi senza mai chiamarla direttamente in causa. Facile appoggiarsi a suoni isterici per affrontare il proprio disagio. La “gestione del dolore” nella musica di Claudio è ragionata, studiata nei minimi dettagli e mai scaraventata istintivamente. E forse in questo modo riesce addirittura a fare più male, ma anche ad essere più espressiva e profonda. L’inizio di “Song of Hate” si presenta con una batteria soffusa ma che si insedia nelle nostre vene con la sua marcia dritta e costante. Poi delay sulle voci e l’arpeggio di chitarra conducono alla fantastica apertura governata dai violini. Semplicemente gran bella musica e gran belle atmosfere in una prima canzone che sembra accompagnarci tra montagne innevate. Altro che la caldazza di Palermo.

Il sound molto americano si ripete anche in “September Air” dove l’aria si scalda un pochino ma la brezza persiste. Ci taglia la pelle e prova ad addentrarsi nelle nostre aree più oscure. Dopo un po’ di resistenza cediamo sull’assolo di chitarra che scruta ogni singolo anfratto di noi. E il titolo della successiva “Let’s Go to the Secret Place” si sposa benissimo con il sentimento provato nella precedente canzone. Qui le ritmiche accelerano e una melodia Pop ci rilassa, ma è solo apparenza. “Self Esteem” è infatti storta e contorta, anch’essa prodotta con sopraffina attenzione non solo sonora ma addirittura emotiva. “Take Care” è invece una ballata lenta e struggente che fosse cantata in italiano ricorderebbe i Perturbazione più oscuri. Gli accenni di Post Rock non si sprecano e “A Magic for You” ne è la dimostrazione lampante, ma sono le variazioni Folk che colpiscono di più come nell’incalzante “Unconfined”: le barriere vengono abbattute e veniamo mollati in bilico tra un dolce sonno e un terribile incubo.

Ogni singolo nota di ogni singolo strumento sembra posizionata nel giusto istante. Non un suono di chitarra uguale tra due pezzi e una varietà di atmosfere che si mischiano nella nostra testa. Il freddo è il comune denominatore. In questo disco dunque troviamo il tremolio costante delle nostre paure più vive, il gelo che percorre la spina dorsale quando al cervello arriva un lampo di ricordi dispersi e il ghiaccio che si scioglie per l’odio. Ma  che comunque lascia le sue tracce. Perché il ghiaccio con l’odio non si scioglie mai del tutto. Il freddo ci avvinghia e si impossessa di noi. Sicuramente in questo disco non si tratta di una questione di terra o di pelle, ma di quello che c’è dentro. E Claudio, se non l’avete ancora capito, dentro ci arriva benissimo.

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Bachi da Pietra – Festivalbug

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Tornano i Bachi da Pietra a far parlare di sé. Un Ep, questo Festivalbug, di tre sole tracce, stilisticamente affini, per certi aspetti, alla produzione antecedente del duo eppure lontanissime per altri. Colpisce soprattutto una maggiore intimista attenzione cantautorale non solo nella costruzione dei testi, ma anche e soprattutto nella resa musicale. Se in Quintale la formazione aveva colpito soprattutto per la potenza acustica, qui impressiona per la ricerca essenziale e minimalista del suono, che lascia spazio al racconto. Sin dal primo brano, “Tito Balestra”, si sentono echi di Paolo Conte, in particolar modo per la vocalità parlata e declamata, più che cantata. Uno stream of consciousness di suggestioni visive e riferimenti letterari, una piemontesità autoreferenziale cronologicamente distante, tanto quanto metaforicamente attuale. C’è anche Fenoglio, che viene inserito di tanto in tanto, come un antecedente con cui ci si confronta naturalmente, non certo come un riferimento culturale vuoto di cui vantarsi e da impiegare per darsi un tono. Le tracce sono lunghe pennellate di immagini, come nel caso di “Madalena” (e come non ripensare, di nuovo, alla “Madeleine” del cantautore astigiano?), maliziosamente costruite su doppi sensi accennati e presto risolti in una narrazione casta. Una donna forte, una casalinga probabilmente, tanto pratica nelle azioni quanto in grado di suscitare desiderio e scatenare passione: non è un caso che l’arrangiamento si faccia più fumoso e Blues.

E ci sono il Moscato e le mucche e il piccolo paese di Calamandrana: di nuovo un Piemonte antico, che, per me che provengo da quella regione, è immediatamente rintracciabile anche nella modernità quotidiana. “Baratto Resoconto Esatto” è un diario visionario di scambi di prestazioni, pieno di riferimenti a precedente disco Quintale e alle sue tracce. Il cantato è ancora declamato e l’arrangiamento è più simile a quelli a cui la band ci abituato. Sentiamo di nuovo un trattamento Noise che li avvicina tanto ai conterranei Marlene Kuntz. Qualsiasi cosa i Bachi da Pietra stiano preparando per il futuro anticipata da lavori di questo tipo, aspettiamoci una nuova sorpresa e una maturazione stilistica e narrativa davvero impressionante. Bravissimi.

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Acquaintances – Acquaintances

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Non confondete questi cinque gentiluomini che di gentile non hanno proprio nulla con una sconosciuta band svedese anni Settanta dal nome in sostanza identico, se non fosse per quella “s” finale. Nel loro album d’esordio omonimo non c’è niente che richiami i seventies e non c’è niente di delicato nella loro musica. I cinque Acquaintances sono Jared Gummere (chitarra e voce), Patrick Morris (basso), Stephen Schmidt (chitarra e voce), Justin Sinkovich (chitarra, organo e voce) e Chris Wilson (batteria), nomi tutt’altro che ignoti della scena statunitense alternativa che avranno fatto saltare dalla sedia i più devoti fan di Don Caballero, The Ponys, Bare Mutants, Chino Horde, The Poison Arrows, Thumbnail, Avenue Boulevard, Atombombpocketknife, Ted Leo and the Pharmacist e Shake Ray Turbine, le cui vite coincidono, collimano, si mescolano e danzano attorno a quelle dei cinque Acquaintances. Acquaintances è il nuovo album dell’ennesima band nata dal combinarsi di cinque teste, musicisti di band diverse eppure, chi più chi meno, perpetuamente in contatto diretto tra loro. Undici tracce di un Rock nudo e pungente, che mette a frutto le traversie soniche degli specifici esecutori per esplodere in un panegirico di note, forse non eccezionalmente giovane ma evidentemente d’interesse considerevole, vista la prestanza e la gagliardia di cui si fregia e che spesso, troppo frequentemente fa difetto alle band di ultimissima generazione, in eccedenti circostanze incapaci di seguire strade poderose, energiche e vitali senza scadere nel qualunquismo e nel pressappochismo imitativo.

La fortuna dei cinque Acquaintances sta tutta nella possibilità di fondere le esperienze disuguali, di strutturare e di costruire uno scheletro sonoro su ritmiche che alternano precisioni e crescendo strumentali di stampo Math e Post Rock a dinamiche più immediate proprie del Power Pop, tutto in chiave moderna e Indie, se cosi si può definir quel certo modo di percuotere basso e batteria, di talune band di nuovo millennio.  Su queste armonie e sul miscuglio stilistico si dilatano ossature che danno poi corpo a tutta la proposta targata Acquaintances e che si personalizza in primo luogo nel modo atipico di dirigere la vocalità nei brani, che non è ricondotta a un unico “leader”, ma è consegnata di volta in volta ai tre Gummere, Schmidt e Sinkovich. Questo crea delle eufoniche alternanze tra periodi più risoluti, ostinati, ricchi di distorsioni e ripetizioni ritmiche di stampo Post Hardcore (“Paramounts”) ma anche Noise e Neo Gaze (“Skin”, “Got it Covered”) e altri più attenti invece alle melodie, alla musicalità e alla solerzia dei giri di chitarra o dei ritornelli (“Ghosts”, “Lower your Expetations, Increase your Odds”), in chiave se non proprio Pop, comunque neanche eccessivamente noisy, quasi a rammentare un certo Alt Rock stile Yo La Tengo (“This Night Is a Trick”). Questa spaccatura retorica non si fa tuttavia mai intemperante, e, anzi, le tracce si intercalano confondendosi l’una nell’altra specie quando i cinque arrivano a mettere insieme i diversi assetti e le dissimili impostazioni per attuare un sound di forte matrice anni Novanta, quasi a ricordare certi Nirvana (“Learn to Let It Go”), eppure grandiosamente moderno, nel suo essere esempio di associazione fra tradizione Garage e giovane grazia (“She Never Sleep”, “Bachelor’s Groove”, “Say All The Right Things”, “Thinking We Are Done Here”).

Progresso dunque che incontra la tradizione del Rock alternativo statunitense, melodia che danza con il rumore e le distorsioni e undici tracce sorprendenti che hanno il malinconico sapore dell’occasione persa perché sospetti che potevano essere parte di un vero capolavoro; alla fine, nonostante tutto quello che di positivo è nascosto dentro Acquaintances, deponi le cuffie convinto che manchi comunque qualcosa, anche se non sai di preciso cosa. Ti chiedi perché tre voci ma nessuna capace di trascinarti davvero, ti domandi come mai certi feedback soffocati e contenuti quando avrebbero dovuto sfondarti i timpani. Un disco che per quanto eccezionale ti abbandona con quella frase un po’ sempliciotta nella testa: “Ah, se solo avessi potuto parlare con loro”.

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Alfabox – Alfabox

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Una botta di puro Rock senza delicatezze inconcludenti, il ritratto di una violenta generazione insoddisfatta, il terzo omonimo lavoro degli Alfabox racconta tutta la sofferenza della vita negli anni dieci (in Italia). Ci vuole molto coraggio intellettuale per sparare Rock a brucia pelle. La band udinese svela tutta la propria rabbia con una registrazione in presa diretta figlia della naturalezza compositiva, le sbavature inevitabili (dovute appunto alla registrazione in presa diretta) vengono lasciate appositamente per confermare il semplice impatto che gli Alfabox vogliono lasciare. Nudi e crudi senza censura. “Ormai è Troppo Tardi” apre il disco nel migliore dei modi, basso pesante energicamente Stoner e voce notevolmente alta (quasi Heavy), il testo non lascia speranza alla tremenda situazione lavorativa dei giorni nostri. Bisogna picchiare duro sopra certi maledetti argomenti.

Alt Rock meticoloso come il miglior Teatro Degli Orrori agli albori in “Miracolo Italiano”, da incorniciare la frase del testo “Sarò un precario ma vivo a Milano”. Perché se non era chiaro i testi sono tutti in italiano e precisamente mirati. Molto diversa e dalle parvenze simil elettroniche con cantato (quasi) filastrocca in “Aspetta e Spera”, comunque sia la digeribilità è immediata. E a questo punto potrei sentirmi già parecchio soddisfatto del disco degli Alfabox ma siamo soltanto alla traccia numero tre. Sulla stessa linea armonica della precedente ma con una batteria scintillante e riff più delicati viene in ascolto “La Mia Città”. Il disco sta cambiando decisamente direzione adesso, molta morbidezza attende le mie orecchie, i testi rimangono crudi. Le tastiere circoscrivono “Prima di Dormire”. Direzioni Diverse oserei dire. Arpeggi solari e tratti da ballatona efficace quando arriva il momento di “Ghiaccioli”, la forza del disco e soprattutto nella varietà di proposta e nelle scelte sempre spiazzanti. Torno a sentire nuovamente quella cattiveria dell’inizio in “Il Morbido Cecchino”, la durezza  delle chitarre abbraccia senza fatica motivetti Progressive, sembrerebbe di percepire quasi un omaggio alla PFM. Ma quello che la musica trasmette è sempre soggettivo, sarà la mia vicinanza geografica con la patria di Franz Di Cioccio a giocare brutti scherzi. Sonorità Rock medio orientale (ci siamo capiti no? Forse) nella punkeggiante “La Nostra Primavera Araba”, sensazioni altalenanti in meno di tre minuti, distorsioni tirate al massimo. Killing an Arab? Chiusura in grande stile Indie British Rock per gli Alfabox, chitarre ben pettinate e saltello che viene spontaneo, non ci stancheremo mai di certa roba almeno fino a quando siamo mentalmente giovani e freschi. L’intero lavoro è stato registrato con Enrico Berto in una baita di montagna (Mashroom Studio) in cinque giorni, l’idee erano molto chiare e io degli Alfabox non butterei via nulla. Un lavoro carico di energia che vuole soltanto essere ascoltato, una bella legnata sui denti.

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Trupa Trupa – ++

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Devo ammettere di non essere mai stato troppo attento alla scena underground polacca eppure, proprio quest’anno, finisco per imbattermi in un paio di perle veramente niente male, considerando che, vado a memoria, prima di loro per me la musica polacca era, al massimo, le colonne sonore di Franz Waxman o le composizioni di Chopin. Poi, quasi per caso, mi capita di ascoltare prima il gioiello Drone degli Stara Rzeka, Cień Chmury Nad Ukrytym Polem, tra le migliori cose ascoltate nei mesi andati e poi questo più confacente e ordinario ++ dei Trupa Trupa. La prima cosa che ho notato è una sorta di bassa fedeltà volontaria per il corpo del sound e involontaria in alcuni passaggi, evidente nell’opera degli Stara Rzeka ma che si presenterà lampante anche nella chiusura della prima traccia di questo ++ quando il pezzo è troncato bruscamente e in malo modo. Certo, due indizi non fanno una prova ma mi viene il dubbio che nell’ex Polska Rzeczpospolita Ludowa l’attenzione alla forma sia meno maniacale che in altri lidi. Eppure non è certo questo quello che resta quando l’ascolto diventa reiterato, ossessivo, maniacale. Quello che emerge è una capacità di suonare moderni, attuali, quasi innovativi, senza scomodare troppo l’estro.

Il suono dei Trupa Trupa è tutt’altro che polacco, anzi pesca a piene mani dalla tradizione britannica più o meno datata, eppure mantiene intatta un’atmosfera cupa, cruda, che odora di Post-Punk post bellico, carico di rabbia e nero come una ribellione solo formalmente soffocata. Suona come la collera e la speranza di una Berlino divisa da un muro d’odio la traccia iniziale (“I Hate”) con le sue vibrazioni stile Joy Division, le sferzate elettriche, fredde come il vento nordico che soffia il nove novembre e invaso da schizofrenici passaggi irrealmente allegri. Concedendo all’album qualche attenzione in più di quanto siete abituati a fare potrete notare anche testi tutt’altro che banali, anche se spesso incentrati sul classico e (stra)abusato tema della morte mentre musicalmente, oltre che dagli anni 80, la band pesca a piene mani dalla psichedelia britannica, dal progressive, da Canterbury passando per il Krautrock teutonico, il Garage sixties e un’infinità di altre contaminazioni occidentali (“Felicy”, “Over”, “Sunny Day”, “Dei”, “Exist”) sfruttando le ritmiche ossessive per proporle in chiave danzereccia e travolgente (“Miracle”, “See You Again” che Arctic Monkeys e Babyshambles avrebbero volentieri preso in prestito per dare carica ai loro nuovi album).

Bellissimi anche i passaggi più eterei, Pop, armonici che talvolta somigliano a vere e proprie filastrocche e che mettono in mostra un lato apparentemente più nascosto dei quattro ragazzi, quello che si rivolge con più attenzione alla melodia e al sogno (“Here and Then”, “Home”). Qualche parola a parte merita “Influence”, traccia numero dieci e penultima della tracklist, talmente straordinaria da meritare nessuna parola e un silenzio ossequioso. Le voci (nell’album sono di Kwiatkowski, Juchniewicz e Wojczal mentre Pawluczuk si limita alle sole percussioni) diventano protagoniste di una lugubre poesia malinconica, e gli strumenti, compreso il sax di Witkowski che suonerà anche in “Dei”, disegnano solo un sottile paesaggio sullo sfondo, creando un’atmosfera inquietante ma allo stesso tempo pregna di sogno.

Un disco che meriterebbe più attenzione di quella poca che probabilmente avrà in un occidente incapace di scoprire, stupirsi, innamorarsi. Un album che spero possa non passare inosservato almeno a chi mi sta leggendo proprio ora perché se è vero che il popolo d’internet ha più strumenti a disposizione dei morti viventi seduti davanti alla tv per scegliere la propria musica, è anche vero che non sempre è capace di cogliere il meglio da una proposta tanto ampia.

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Aa. Vv. – Streetambula

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Streetambula è la compilation, di ben 20 pezzi in due dischi, che è stata prodotta in seguito all’ottima riuscita del concorso omonimo, svoltosi l’estate scorsa a Pratola Peligna (AQ). Prepariamoci quindi ad una carrellata dei brani presenti nei due dischi della compilation: due canzoni per gruppo più alcuni extra affidati ai De Rapage, vincitori del concorso.  Aprono le danze The Old School, che, come da nome, regalano una ballabilissima “Rock’n’Roll All The Night” da vera vecchia scuola, sorprendentemente solida e frizzante. Nulla di nuovo, ma di certo un Rock’n’Roll che sta in piedi e che avrà fatto agitare una buona fetta di pubblico. Ci spostiamo in zone più raccolte con “Gloom” de A L’Aube Fluorescente, che invece, a dispetto del nome altisonante, si buttano su un Rock alternativo lineare e molto inglese, anche piacevole se vogliamo, suonato con coscienza e scritto con criterio, ma senza guizzi particolari.

Doriana Legge ci fa prendere una piccola pausa con “Palinsesti”, arpeggi in delay, pad iridescenti di synth in sottofondo, voce alternativamente sospesa e teatralmente piena (anche troppo, a volte) accompagnata da cori leggerissimi, e poi si sale a cercare l’esplosione, il climax, che però non arriva: viene solo suggerito da una chitarra distorta e dall’andamento vocale (pesa forse il non avere in organico qualcosa di percussivo – una batteria – che sostenga il crescendo). I De Rapage, vincitori della kermesse, infiammano tutto con l’energica “Il Grande Rock In Edicola”. Sembra di essere tornati a cavallo tra gli anni 80 e 90, sommersi da riff in distorto sostenuto e batterie ossessive, dove rullo e charlie fanno da padroni, a combattere una guerra assai rumorosa con le voci, sguaiate e sporche, come ben si confà all’impianto ironico-divertito dell’ensemble. La potenza live della band è fuori discussione: granitici, anche se non danno molto di più dell’energia grezza che producono.

“Crazy Duck” dei Dem è una sorta di Blues che triangola tra percussioni povere e continue, riff elettrici pieni di ritmo e groove, e una voce femminile che non sbaglia una virgola. Esibizione stralunata e a mio parere molto, molto divertente, che si perde un po’ quando rallenta sugli accordi di chitarra ritmica – ma poi si riprende, folle come in partenza, in un inseguimento allucinato di chitarra e percussioni. Stravaganti il giusto per spiccare nella massa, orecchiabili quello che basta per farmeli riascoltare con piacere. Approvati. Di nuovo Rock energico, questa volta dai Too Late To Wake: “Smooth Body” parte infuocata, cassa in quattro, promettendo assai bene (zona Foo Fighters); poi rallenta, si appoggia su un Rock in inglese più smorto e banale, con una voce che, sebbene calda in basso, non brilla sulle alte. Niente di eccezionale, nel complesso, ma con qualche idea interessante sparsa qua e là.

Un intro sospeso tra gli anni 70 e gli Arctic Monkeys per i Ghiaccio1, che in “Roby” si lanciano in un brano veloce, con sezione ritmica indiavolata e una voce trasformista, che qua e là tocca la timbrica di un Giuliano Sangiorgi qualsiasi. Poi rallentano, si rilassano, e ripartono, con un basso che sembra rubato a prodotti vari di Lucio Battisti. Notevole il tentativo di miscelare mood e generi diversi in un brano di poco più di 4 minuti (la coda scivola verso sonorità Reggae, e aggiunge varietà all’esibizione). La canzone non rimane troppo impressa, ma nel complesso si fanno ascoltare con gusto. The Suricates aprono con un intro Noise a cui seguono arpeggi sognanti, in un racconto Post-Punk straniante e circolare (c’è un po’ di confusione in ambito vocale, ma verso la metà del brano la cosa inizia ad avere un senso e a suonarmi così com’è: una voce che grida, sporca, gonfia di delay, esagerata). Un delirio generale ammaestrato, che riesce a tratti ad ipnotizzarmi. Non male. 

Il Disco 1 si chiude con due extra firmati De Rapage che appaiono senza titolo: il primo, che dovrebbe intitolarsi “To Be Hawaii”, è una ballad in cui la band abbandona l’energia grezza del Rock italiano primi anni 90 per darsi alla leggerezza – sempre ironico-demenziale ovviamente. Devo dire che il pezzo sta in piedi anche musicalmente, con quel giro di chitarra facilissimo e per questo bello, paraculo ma bello. E mi sento di dire che avrebbe funzionato alla grande anche ad avere un testo più serio (ma non staremmo parlando più, probabilmente, dei De Rapage). Il secondo extra torna un po’ sul sentiero del già visto, si canta e si sbraita e si picchia e si ride, ritornelli da quattro accordi e strofe goliardiche, sempre suonando sporchi & granitici insieme.

 Passiamo dunque al Disco 2: ecco di nuovo The Suricates, stavolta alle prese con “New Islands”. Intro psichico e allucinato, qualche intoppo qua e là sul nascere nel reparto chitarre, per un brano che stenta a decollare, ma poi si riprende: lento, lungo, ipnotico. Soundscapes di pianoforti, chitarre che si rincorrono, ritmiche incalzanti. L’onda scende, poi risale. Strumentale ed allucinatorio. Torna Doriana Legge, stavolta con un bel palm mute ritmico di chitarre ad introdurre “Scambisti Alla Deriva”. L’impianto è abbastanza confuso, con qualche imprecisione sparsa. Si è sempre dalle parti di una canzone d’autore post: c’è molto Lo-Fi, c’è molta teatralità, manca forse un focus maggiore. Il pathos, invece, c’è tutto. “Lisergia” per i Ghiaccio1: abbandonate le velocità Indie-Rock, ci si butta su un simil-Western con copiosi bending e momenti di frizzante distorsione strumentale. Un po’ peggio, un po’ noia.

I Too Late To Wake iniziano epici e brillanti la loro “Grey For A Day”, un Rock lento e malinconico, che, sempre senza sorprendere troppo, si dimostra composta con mestiere, mentre la voce ancora pecca nel registro alto (purtroppo). “Ngul Frekt Auà”, dedicata agli “alternativi del cazzo con la barba”, è il secondo pezzo “ufficiale” dei sempre più ghignanti De Rapage. La musica s’è ammorbidita e l’intento ironico è più preciso e affilato. Rischiano più volte di scadere nel cattivo gusto tanto per, ma qualche colpo di reni all’ultimo secondo sembra salvarli (il ritornello in dialetto, ad esempio – e chissà poi perché). Mi avevano lasciato con una simpatia inspiegabile nelle orecchie, ritornano un po’ meno luminosi e un po’ più piatti i Dem, che in “Ready If You Want Me” abbandonano la (bella) voce femminile per un cantato maschile più piatto, e un registro, in generale, più seventies. Sempre minimale, sempre percussioni leggere, chitarre frizzante e voci, il brano, sebbene sia sempre fuori di testa e pieno di arzigogoli ritmici e strutturali che proteggono lo spettatore dal disinteresse eventuale, non riesce a rimanermi incollato come quello del Disco 1. Sempre più inglesi e sempre più compatti gli A L’Aube Fluorescente (e più me lo ripeto, più il nome mi sembra figo – fuori di testa, ma figo). “Lizard” è un fascio di luce coerente e orecchiabile, che mi fa muovere la testa a ritmo, scritto bene e con una voce davvero poco italiana. Anche qui, niente di particolarmente nuovo, ma il lavoro è fatto bene, e potrebbe bastare.

Li abbiamo inquadrati nel Disco 1, non fanno che confermarsi qui: The Old School si presentano nella loro “We Are The Old School”, un Rock’n’Roll come dio comanda, e non c’è davvero bisogno che vi dica altro – nel bene e nel male.  Chiudono il party, come sopra, i De Rapage, con due ulteriori extra: sempre Rock energico, sempre la demenza più spinta, con argomento, nello specifico, l’omosessualità e la terribile esperienza di terminare il rotolo di carta igienica (con una variazione-litania: “mestruo, assorbenti, ciclo, vomito”… ci siamo capiti). 

Concludendo questa lunga carrellata di presentazioni varie: la compilation di Streetambula sorprende, e molto, perché una qualità mediamente così alta non era preventivata. Certo, l’audio non è dei migliori, le imprecisioni ogni tanto si fanno sentire, e tante band magari devono ancora mettere a punto qualcosa nei reparti tecnici: ma l’inventiva, la varietà e la passione che si possono trovare dentro questa compilation dimostrano che in giro c’è veramente tanta gente che ha qualcosa da dire. Il futuro sarà fatto di miriadi di band, che vivranno in una galassia musicale sempre più ampia e variegata, e ognuno di noi avrà mille sfaccettature da scoprire, senza doversi per forza aspettare la grande band dei nostri tempi. Iniziamo a guardarci intorno: date un’ascoltata a questa compilation e potreste incrociare qualcuno che vi convincerà a seguirlo con curiosità. Non si sa mai.

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Diaframma – Preso nel Vortice

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Il tempo passa inesorabile per tutti, è inutile cercare di ingannarlo. I Diaframma dell’ormai super testato Federico Fiumani sembrano portare sulle spalle il fardello fastidioso della  primissima (e bellissima) New Wave italiana non senza qualche cedimento. A proposito, Siberia (disco che non ha bisogno di ulteriori presentazioni) quest’anno compie trent’anni ed esce con una edizione delux da veri intenditori nostalgici. Si era annunciata e poi subito smentita una reunion live con Miro Sassolini saltata (o forse mai accordata) a colpi di interviste e post su facebook che non possono fare altro che far sorridere noi sfegatati “fen”. Ma sorridere a volte non basta. Questo duemilatredici dalle condizioni climatiche impazzite porta alla luce l’ultima fatica dei Diaframma chiamata Preso nel Vortice e attesa non senza un filo di scetticismo vista la prolifica attività del Fiumani che sforna dischi come fossero pagnotte. E qui una situazione imbarazzante si viene a sovrapporre tra la mia curiosità (resa irresistibile dalla personale passione per la band) e la delusione con la quale non vorrei tornare nuovamente a fare i conti visti i deludenti dischi precedenti. La mia paura è giustificata dal fatto che non ascoltavo qualcosa di molto buono dal 1994, anno in cui usciva Il Ritorno dei Desideri fatta eccezione per il personalissimo Donne Mie del 2006 targato interamente Federico Fiumani e qualche altro rarissimo episodio rilegato a singoli pezzi di altri dischi. Bene ma siamo qui per cercare di analizzare Preso nel Vortice. Il primo ascolto è stato di una delusione impressionate, non riuscivo a trovare parole per quello che stavo ascoltando, pensavo e ripensavo a quale fosse stato un elemento positivo ma più mi sforzavo e più la mia mente produceva merda in quantità industriali. Ho veramente iniziato ad avere paura. Una altra delusione non era poi così impossibile, anzi. Poi mi sono ricordato che Federico Fiumani ha bisogno di fiducia e che quel mio terrorizzante ascolto non era altro che figlio dei miei insensati pregiudizi (alimentati dai precedenti lavori), dovevo recuperare quella maldestra situazione e rendermi conto velocemente del disco che potevo perdermi, la situazione era diversa dalle ultime volte e questo disco nascondeva sorprese, non sensazionali ma comunque piacevoli sorprese. Ascolto nuovamente e qualcosa  già sta cambiando, poi affino l’ascolto e le cose vanno sempre meglio. Preso nel Vortice inizia a prendere una forma degna dell’artista che lo ha scritto. Preso nel Vortice si apre con “Atm”, una genialata pazzesca con la capacità di passare in pochi ascolti da pezzo pietoso a pezzo importante, gli arrangiamenti sempre e comunque ridotti all’osso confermano lo stile compositivo che ormai appartiene al songwriter fiorentino. I testi sono sempre bellissimi e in “Claudia mi Dice”e “Luglio 2010” questa spietata caratteristica trova ancora consensi favorevoli come fosse la prima volta. Con la partecipazione di Max Collini degli Offlaga Disco Pax in “Ho Fondato un Gruppo” il disco vuole stringere compromessi con le nuove generazioni musicali mantenendo vivo il ricordo di vecchi compagni come Marcello Michelotti (Neon) e Alex Spalck (Pankow) che danno la loro partecipazione al disco. Poi tanto valore con le capacità artistiche di Gianluca de Rubertiis e Enrico Gabrielli. Esiste anche una canzone che per qualche assurdo motivo è dedicata all’ormai più show man che musicista Piero Pelù (“Ottovolante”), e con questa abbiamo cercato di accontentare veramente tutti.  Preso nel Vortice  non resterà alla memoria come il disco dell’anno e per quanto mi riguarda non trova spazio neanche nella top tre dell’ultimo mese, rimane comunque una piacevole riscoperta alla quale in qualche modo riesco a sentirmi legato, la continua voglia di Federico Fiumani di rimettersi in gioco non deve mai essere sottovalutata, lui è l’artista immortale che riesce a tirare fuori cose bellissime e cagate pazzesche con una disinvoltura allucinante, Preso nel Vortice rimane un disco senza paura ma purtroppo le cose inevitabilmente cambiano e gli eroi non sono sempre gli stessi.

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The Martha’s Vineyard Ferries – Mass Grave

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Grandi nomi si celano dietro quello un po’ strampalato (poi si spiegherà tutto) del progetto statunitense The Martha’s Vineyard Ferries, trio dalla potenza e dal sound unico. Ci sono la voce e la chitarra di Elisha Wiesner, già con Kahoots discreta e misconosciuta band Alt Rock del nuovo millennio. Poi c’è il basso di un certo Bob Weston. Proprio lui. Uno dei tre Shellac, tra le più grandi band Post Hardcore mai scese sul pianeta terra e la creatura più nota del genio di Steve Albini. Bob Weston, tecnico degli strumenti nel capolavoro dei Nirvana, In Utero e membro, oltre dei già citati, anche di Crush Senior, basso e tromba, Mission of Burma, tape manipulation e loops dal 2002 e Volcano Suns, basso dall’87 al 92. A chiudere il trio meraviglioso Chris Brokaw, batterista e membro di band come Come, Consonant, Dirtmusic, Empty House Cooperative, The New Year, Pullman, Snares & Kites e soprattutto Codeine, una delle più clamorose stupefazioni dello Slowcore.

La nascita della band è delle più banali che si possano trovare cercando nelle biografie dei loro colleghi. “Tutto iniziò come uno scherzo”. Sono parole che accompagnano un’infinità di progetti e anche in questo caso calzano a pennello. Tutto iniziò come uno scherzo e divenne una cosa seria quando, nel 2010, per la Sick Room Records, The Martha’s Vineyard Ferries tirò fuori il primo Ep, In The Pound. E la storia comincia. La cosa più ovvia che ci si possa aspettare, viste le premesse, è che la musica gettata in questa fossa comune sonica sia un avvicendarsi delle diverse esperienze antecedenti dei tre membri ed effettivamente sono svariati gli elementi che possiamo riscontrare nei brani che accomunano stilisticamente i The Martha’s Vineyard Ferries ora alla potenza grezza del Post Hardcore di Shellac (“Wrist Full Of Holes”), ora alle ossessioni ritmiche dello Slowcore dei Codeine (“One White Swan”). E lo stesso ragionamento è replicabile per ognuna delle formazioni tirate in ballo nell’introduzione alla recensione. Eppure il sound che disegnano i tre yankee finisce per somigliare a tutto senza sembrare nulla di preciso. In talune circostanze pare di assistere alla prigionia soffocante di uno spirito Punk Hardcore (“Parachute” e la fantastica “Blonde on Blood”, una cavalcata elettrica verso la morte) nelle gabbie liquide e mentali del Folk psichedelico (“Wrist Full Of Holes”, “One White Swan”) e del Pop (“She’s a Fucking Angel (From Fucking Heaven)”, “Look Up”). Ogni brano è essenziale, potente e semplice allo stesso tempo, con tanti riff assolutamente lineari e per nulla sperimentali, ritmiche al limite dell’ossessione ripetitiva e melodie vocali spesso azzeccatissime, tanto che non sfigurerebbero in brani più delicatamente democratici. Molto interessanti anche i passaggi più complessi (“Ramon And Sage”, “One White Swan”) nei quali la musica mostra una maggiore varietà e la voce scende in territori abissali e inquietanti, abbandonando le tonalità più alte che caratterizzano i pezzi di più facile ascolto e impatto sul pubblico più sobrio. Un disco straordinariamente robusto che ha il solo grande demerito di avere una durata eccessivamente ridotta (circa ventidue minuti), la quale finisce per mettere sotto i riflettori altre debolezze come la spaccatura netta tra le scelte mainstream di alcuni brani e gli interramenti nelle oscurità dell’Alt Rock più angosciante. Inoltre, è molto stimolante la scelta di dare una vena psichedelica alle chitarre (vedi opening track) ma la stessa non è quasi mai proposta con efficacia. Il sound, nella sua globalità, sembra avvolto in una nebbia, come se ci fosse una patina di note a oscurare l’udito; questo rende necessario diversi ripetuti ascolti affinché sparisca o meglio si trasformi in qualcosa di apprezzabile e non restare un chiaro difetto.

Un gran disco, un bel pugno a un certo modo di suonare oggi che però poteva essere una bomba, con un po’ di coraggio in più. Stavo dimenticando. The Martha’s Vineyard è semplicemente il nome dell’isola di Elisha, raggiungibile solo tramite traghetti (ferries). Come vi dicevo, anche in questo caso, basta aspettare per far sparire la nebbia che sia sonora, di comprensione o che quella fisica, fresca e bagnata che immagino possa levarsi al mattino sulle rive di un’isola del Massachusetts.

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Marlene Kuntz – Nella Tua Luce

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Tornano i Marlene Kuntz. Torna Godano con i suoi sottili testi di estetica conflittualità. Torna Tesio con le sue curate distorsioni e ritmiche seducenti. Torna Ma-Ma-Marlene, quindi, con la sua figa per cercare di accecarci con la sua luce. Ormai veterani del Alt Rock del bel paese, passati, a mio malgrado, lo scorso anno al Festival della Canzone Italiana a San Remo che li vede eliminati nella seconda serata ma vincitori di un premio sfigato con la stralunata Patti Smith. Maturi dunque, d’un suono proprio, subito riconoscibile, e per me, riconducibile alla fucina che è stato il Consorzio Produttori Indipendenti (con, Il Vile e Ho Ucciso Paranoia) negli anni novanta. “Bei tempi” direbbe Godano, a sentirlo nelle ultime interviste rilasciate, dove denuncia la decadenza della musica (per quella che era l’accezione pre-digitale) nell’era del file sharing. Cosa che era già stata decantata nel precedente lavoro Ricoveri Virtuali e Sexy Solitudini (2010). Ma questa è un’altra storia.

Oggi sto ascoltando Nella Tua Luce, ultimo cantico della tormentata band cuneese che tra scena indipendente e musica italiana cerca di trovare un estasi alle proprie composizioni, cercando di raggiungere la vetta gettandosi le briciole per tornare indietro, agli albori. Suoni puliti, immersi nel candore della narrazione per cercare la luce che li riappacifichi con se stessi. “Nella Tua Luce è anche la traccia che apre l’album che senza troppi peli sulla lingua e giri di parole recita: “…ci sono cose brutte in giro e a volte non mi basto più.. tu sei la mia Beatrice ispirami l’anima”. Un’ode sulla strada della rinascita, una riaffermazione della propria identità. Un atto di fede alla propria musica. “Solstizio”, altra traccia e primo singolo estratto, è un altro esempio di come la maturità giunga alla consapevolezza di essere Marlene. E non c’è, Onta non c’è, Mistero che, Si intoni con quel che accade a me. E pure io non sono un’isola completa in sé Sono anch’io nel continente”. L’album è una narrazione continua, ogni canzone è legata in qualche modo all’altra, e, ovviamente è pieno di riferimenti letterari nel pieno stile MK. Potrei farvi un elenco di tutte le tracce ma lascio a voi l’ascolto, so per certo tanto che Godano & co piacciono o non piacciono affatto e quindi cari fan datevi da fare!!!

Il tempo passa per tutti, sono cresciuto con i primi Marlene ed è ovvio che li prediligo, questo non vuol dire che i “nuovi” più attenti al contesto e alle nuove esigenze non siano degni di nota. Hanno trovato la loro forma e le parole incastonate nella melodia rimangono sempre un’impronta indelebile del loro essere.

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Ventura – Ultima Necat

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Vengono da Losanna, Svizzera, questi tre reduci degli anni novanta nati nel 2003, che sembrano aver triturato e centrifugato una decade di Superchunk e Grunge, di Failure e Alt Rock, di Shellac e Nirvana prima di aver iniziato a vomitare la loro arte sulle nostre orecchie. Dopo diversi split pubblicano il loro primo album Pa Capona nel 2006 e il secondo (finalmente per l’Africantape) We Recruit nel 2010, anno in cui collaborano anche a un singolo per la stessa etichetta con David Yow (Jesus Lizard).

Nonostante la matrice Alternative Rock sia forte, evidente e sia un chiaro punto di forza dell’album, non mancano passaggi che sembrano invece richiamare addirittura al Black Metal. Già l’introduzione di “About to Dispair” sembra presagire paesaggi più variegati rispetto a un semplice revival di fine millennio. Le note gravi e poderose e le pause di quei secondi iniziali sembrano estrapolati da un’inesistente opera Atmospheric Black Metal degli Ulver più che dal terzo disco di una band svizzera che suona nel 2013 col mito di Cobain e soci nella testa. Black Metal che ritroveremo, in sfumature non facili da cogliere, anche in diversi passaggi successivi (“Intruder”, “Very Elephant Man”.)
Ovviamente non si pensi a un disco pieno delle più disparate e inaspettate influenze. O meglio, pieno delle più disparate e inaspettate sonorità. Cosi come nei lavori precedenti anche qui gli anni delle camicie a quadrettoni sono la parte preminente, evidenziata in quasi tutti i brani, sia più lenti, meditativi ed eterei  (“Little Wolf”, “Amputee”, “Exquisite & Subtle”) sia più veloci, carichi e pieni di vita (“Nothing Else Mattered”, “Corinne”).

Assolutamente eccelsa la potenza Post Hardcore e la vocalità Art Rock quando espresse in tutta la loro completezza (“Body Language”, “Amputee”).
Nonostante la ricchezza di spigolature, le chitarre distorte e taglienti , il sound dei Ventura, anche grazie alla voce pulita di Philippe Henchoz e alle ritmiche puntuali e mai ridondanti di Michael Bedelek (batteria) e Diego Gohring (basso) fa  della melodia un altro elemento che contraddistingue Ultima Necat. Basti pensare a un pezzo come “Very Elephant Man” che nella prima parte sembra un tripudio di esasperazioni soniche, con ritmiche sfalsate, voce quasi sovrastata dagli eccessi noise delle chitarre. Basta ascoltare come quello stesso pezzo riesce a trasformarsi nella seconda sezione diventando una goduria per le orecchie, sciogliendosi in una musicalità vellutata dettata sia dal ripetersi delle parole sia dalla semplicità delle sei corde che esplodono come in uno Shoegaze di stampo Alcest, una delle formazioni che più si avvicina ai Ventura. Stessa soavità leggiadra, stesse chitarre taglienti, stessa vicinanza con il Black Metal soprattutto nelle sue varianti Ambient e Shoegaze. L’unica differenza è che, se nei francesi questi fattori sono messi in bella mostra, i Ventura sembrano invece celare il tutto dietro quella nuvola anni novanta cui più volte ho fatto riferimento.

Già con l’opera prima degli Alcest, Souvenirs d’un Autre Monde c’erano state diverse controversie riguardo alla vicinanza della loro musica con il Black Metal; probabilmente allo stesso modo qualcuno potrebbe trovare azzardate le mie parole. Eppure ascoltate con attenzione queste nove tracce di Ultima Necat e forse vi convincerete di quello che dico.
Intanto l’ultima canzone è finita, ancora una volta. Omnes feriunt, ultima necat. L’ultima uccide, diceva Seneca (forse lui?!). Di certo non parlava di musica ma per non sbagliare faccio ripartire il disco e metto repeat, non voglio ascoltare ultimi brani oggi, meglio addormentarsi con la musica in testa.

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Hell’s Island – Black Painted Circle BOPS

Written by Novità

Gli Hell’s Island (formazione nata nel 2002 con un solo Ep alle spalle) devono amare molto i Tool. In questo nuovo Ep, Black Painted Circle i rimandi alla band di Maynard sono più che una semplice affinità eppure non mancano aspetti propri del Grunge stile Soundgarden, cosi come le ritmiche del prog-metal, anche se questi due elementi finiscono sempre in secondo piano. I quattro brani si presentano pregni di una potenza nera e a spiccare (o meglio, a colpirmi) è soprattutto la sezione ritmica curata da Tania Vetere (basso) e Michele Tonoli (batteria). La prima, a dire il vero, sembra limitarsi a mantenere una precisa linea guida senza mai uscire dallo schema predefinito mentre è piuttosto il secondo a farsi carico dell’onere di gonfiare la musica degli Hell’s Island di energia. Le due chitarre (la seconda del vocalist) riescono a stare al passo con efficacia, alternando momenti più sferzanti con pause di scarsa illuminazione, presentando riff e assoli di non troppa personalità anche se carichi e taglienti. Altalenante dunque il lavoro alle chitarre, spesso sopraffatte proprio dal pulsare delle pelli di Tonoli mentre un discorso a sé merita la voce di Roberto Negrini. Buonissima timbrica e intonazione, almeno su disco, ma fin troppo legata allo stile proprio dell’Hard-Rock e dell’Heavy-Metal vecchia maniera (Iron Maiden per intenderci) che punta sull’enfatizzazione delle tonalità più alte piuttosto che nell’altalenarsi tra scenari più gravi e altri più dinamici. La cosa non è un difetto se lo stile è a voi gradito ma, per quanto mi riguarda, finisce per sminuire la musica della sua vigoria furiosa e cupa. Nel complesso, buona esecuzione e scarsa originalità con eccessiva ostinazione sul ricalcare i mostri di Lateralus ma tanti buoni propositi, specie nel tentativo già detto di miscelare al nucleo della musica elementi propri del Grunge. Messi da parte i gusti personali, per fare un buon lavoro manca solo cominciare a camminare senza bastone e avere il coraggio di tirare fuori la propria ispirazione. Se manca questo, la musica muore col passare del tempo.

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Sinervia – Limit Of A Dream EP

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Nata poco meno di tre anni fa, la band di Gattinara (Vercelli) è lo strumento primario col quale Luca “Lupo” (voce, chitarra & synth) ha palesato le sue creazioni originali e inedite, sotto il nome Sinervia, band nella quale andranno di volta in volta a congiungersi quelli che sono i membri attuali della formazione, Fabio “Cippo” (batteria), Jonathan (chitarra) e Matteo (basso). La prima scelta del gruppo fu di provare, provare, arrangiare e provare i pezzi proposti dal fondatore, soffocando parzialmente l’ovvia voglia di live, caratteristica di ogni musicista a inizio carriera. Il risultato di tanto lavoro è questo Ep di quattro tracce, Limit Of A Dream, gonfio di tutta la vena creativa di Luca ma anche ricco delle diverse sfaccettature proposte dagli altri membri i quali hanno riversato nei brani la propria cultura e formazione musicale oltre che la loro voglia di esprimersi messa al servizio del nucleo originario dei pezzi oggetto di arrangiamento. Il risultato è un rock duro, con diversi agenti che richiamano il Metal (perlopiù Post e Nu) ma non solo. Si passa da accessi vigorosi stile Deftones, fino al Grunge molto fuori dalla norma degli Alice In Chains (“Black Rainbow”, “Broken Eyes”). Alcuni riff si riallacciano addirittura ai Tool (“Shadow Of Light”) senza mai pareggiarne la magniloquenza ma non mancano momenti meno aggressivi di puro Alt Rock (“Red Sea”), con melodie più morbide e armoniose (Incubus, Kings Of Leon) e rimandi ai nuovi grandi vecchi del Rock nostrano (Verdena, ad esempio). Anche il post-rock/metal è accarezzato, come si può notare con chiarezza ad esempio nei muri di chitarra di “Red Sea”. Questo è certamente il brano più complesso, più strutturato, con diverse variazioni e interessanti cambi di ritmo, che fanno altalenare le sensazioni tra inferno e paradiso. Ottimo il lavoro di Luca e Jonathan alle chitarre, puntuale la sezione ritmica e assolutamente convincenti gli inserti sintetici, che s’incastrano alla grande senza suonare forzati, cosi come la voce, sia come intonazione sia come timbrica (forse in alcuni momenti appare forzata la pronuncia inglese ma potrebbe anche essere un’impressione di un non anglofono di nascita). Non male neanche le melodie cosi come l’esecuzione tecnica. Limit Of A Dream è il classico Ep nel quale è trasparente il tanto lavoro fatto da chi suona. Ha un unico grosso neo. Le diverse influenze dei quattro confluiscono in una proposta troppo precisa e poco originale che rischia di trovare difficoltà a far breccia sia nell’anima di chi non ama questo tipo di sonorità, sia di chi si sente troppo legato alla ricerca del nuovo. E magari gli altri si chiederanno perché ascoltare i Sinervia quando ci sono i Deftones, gli Incubus e tutta una scuola di genere piena di talenti stranoti. Se questi ultimi rileggeranno dal principio, forse troveranno la risposta in un paio di semplici parole.

https://soundcloud.com/sinervia/broken-eyes-mp3

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