alternative rock Tag Archive

ESMA – Rivoluzione al Sole Vol.1 Impossibile è Solo Una Parola

Written by Recensioni

Dicono che le grandi rivoluzioni comincino sempre dal basso. Bisogna toccare a piedi uniti e fermi il fondo per potersi dare uno slancio verso la superficie, verso la luce, verso il Sole. Dicono anche che non vi è altra via per l’alba se non attraverso la notte. Forse questo concetto era ben chiaro nella mente di Enrico Esma quando si è trattato di impugnare penna e chitarra per la realizzazione di Rivoluzione al Sole Vol.1 – Impossibile è Solo Una Parola, prima tappa di un lavoro di più ampio respiro, organizzato in forma di concept album, che prevede, a breve, l’uscita del Vol.2.

La rivoluzione di Esma comincia a notte inoltrata, quando l’orizzonte è solo una linea immaginaria, ma non tutti sanno che quello è solo l’inizio. Scorrono le lancette dell’orologio, ed in lontananza si palesano luci fioche che aumentano man mano d’intensità, fino a trasformarsi in raggi solari. È questa la metafora che accompagna l’intero album, che si evolve in un crescendo dal buio alla luce: le sonorità ruvide del Grunge più primordiale, le distorsioni del Rock più duro, crepuscolare a tratti, vanno scemando man mano i toni fino ad arrivare a sonorità Alternative Rock decisamente più melodiose. Avrei dovuto intuirlo dalla copertina del disco che la parola Sole del titolo non avrebbe fatto alcuna allusione a sonorità caraibiche: di sole si tratta, certo, in primo piano, ma stampato su sfondo grigio, il colore che forse tinge troppo spesso il cielo di Orbassano, perché è in provincia di Torino che quest’album ha visto la luce. Se il filo conduttore che accompagna lo sviluppo del disco è abbastanza evidente nella parte strumentale, lo è meno nei testi, ancora troppo acerbi ed alla ricerca di allucinazioni oniriche in stile Verdena che talvolta risultano forzate, soprattutto nella prima parte.

“Faraon” è la prima traccia del disco. È questo il fondo dal quale comincia la risalita, la notte che si deve superare. Il suono è rude, graffiante, essenziale; un’operazione a cuore aperto senza “Anestesia” (secondo brano). “Dente di Drago” e “Resto Abile” smorzano un po’ i toni duri ed introducono i primi bagliori di luce all’orizzonte, ma i primi veri raggi luminosi si vedranno solo con “Pianoforte in Fiamme Sulla Spiaggia” ed “Universo”, dove le chitarre distorte lasciano il posto a quelle acustiche. Ed infine il Sole, lontano ed infuocato, avvolto in una luce tutta sua, “Come Una Stella”: ecco che spunta  l’alba, ecco la fine del disco. Un finale che non è un vero finale, ma apre lo scenario verso un nuovo inizio. Non ci resta che attendere l’uscita del Vol.2 per sapere come andrà a finire.

Read More

Dawn to The Clouds – Far

Written by Recensioni

Carpi è un comune italiano di 67.408 abitanti della provincia di Modena in Emilia-Romagna.Il comune, il più popoloso della provincia dopo il capoluogo, fa parte dell’Unione Terre d’Argine. Non ci troviamo in una puntata di Super Quark ma sulla pagina di Wikipedia dedicata a Carpi, che dimentica di citarla come città che ha dato i natali ai Dawn To The Clouds. Il terzetto si presenta con Far, il loro secondo EP, composto da quattro tracce per un totale di diciotto minuti scarsi, che suscitano quel languorino musicale che si vorrebbe sempre poter ascoltare schiacciando il tasto play. Dicevamo, quattro tracce che a primo impatto mostrano i denti e il carattere. Forti sono le influenze provenienti dal Rock made in USA e anche qualche strizzata d’occhio a certi riff provenienti da Grunge anni 90 come nel primo brano “On Your Lips”.

Difficile non lasciarsi coinvolgere dalle chitarre distorte e dalle sporcature disseminate per le tracce. Se poi a questo ci aggiungiamo il ritmo sostenuto da una sezione ritmica trainante ascoltiamo “Loneliness”, inserita in chiusura, piacevolmente colpiti di trovarsi di fronte a un ottimo esempio di potenza ed energia tradotta in musica. Considerando che stiamo parlando di un trio, la ricchezza non manca e anche dal punto di vista dell’accuratezza non possiamo che dargli un “bravi” in pagella. Abbiamo parlato di un inizio e una fine col botto, senza considerare che nel mezzo i Dawn to The Clouds hanno piazzato un’altra doppietta niente male con la cover “Florence” dei Be Forest, che si innesta nella stessa direzione fatta di energia, ritmo e distorsioni, e una ballad dal titolo proverbiale “Sunday”che tira un po’ il fiato prima della corsa finale. Se volessimo trovare delle corrispondenze con gruppi famosi probabilmente citeremmo gli Smashing Pumpkins, i Pearl Jam o i Dinosaur Jr ma preferisco pensare che i Dawn To The Clouds abbiamo trovato, in questo secondo EP, uno stile più personale e definito. Far dimostra di avere gambe forti ed energia da vendere, che spreriamo di ritrovare nella lunga distanza nei loro live e nei prossimi lavori.

Read More

Midnight Faces – Fornication

Written by Recensioni

Le due facce di mezzanotte che stanno dietro a questo progetto arrivato direttamente dalla capitale dello stato capitalista per eccellenza sono Philip Stancil e Matthew Warn. Warn inizia ben presto a fare musica con un amico d’infanzia, Jonny Pierce, poi voce dei The Drums (con lui Jacob Graham, Adam Kessler e Connor Hanwick), band Indie Pop in orbita dal 2009, con all’attivo due full lenght, l’omonimo esordio e “Portamento” del 2010, oltre a numerosi singoli, Ep e partecipazioni a compilation. Dopo un primo album pubblicato con l’amico Pierce, Warn fonda insieme a Josh Tillman (dall’anno scorso ex batterista dei Fleet Foxes, oggi più noto come Father John Misty), i Saxon Shore, formazione Post Rock di buonissimo livello.

I Midnight Faces nascono dall’incontro di Warn con Philip Stancil, anche lui cresciuto con la musica intorno, giacché la sua è proprio una famiglia di musicisti. Warn aveva già realizzato le parti strumentali e invitò quello che ne è il compagno artistico ad aggiungere le sezioni vocali. Prese cosi vita questo Fornication.

Dieci tracce, dieci canzoni melodicamente Pop ma dai mille retrogusti. Si passa da alcuni momenti più oscuri, quasi Darkwave, specie nella sezione ritmica e negli echi delle chitarre (“Fornication”, “Kingdome Come” “Turn Back”), ad altri nei quali la vocalità e l’approccio cantautorale di Stancil prendono il sopravvento (“Identity”, “Heartless”). Tanti sono i passaggi nei quali l’Alt Rock (“Crowed Halls”) si addolcisce per seguire strade più popolari e di più facile ascolto (“Give In Give Out”, “Now I’m Done”), grazie anche a un’attenta e puntuale ricerca melodica e moltissime sono le congiunture nelle quali tutta la vita di Warn e quindi le sue conoscenze personali, più o meno dirette (abbiamo detto The Drums, Fleet Foxes, Saxon Shore), sono riportate in musica. I brani più riusciti sono quelli nei quali il Dream Pop particolarmente sintetico si sposa con l’elettronica creando suggestive ambientazioni filmiche, a tratti danzereccie quasi eighties (“Feel This Way”, “Give In Give Out”, “Kingdome Come”) in uno stile perfetto che richiama il grande Anthony Gonzales (M83) ma anche, volendo ampliare il proprio spettro di vedute, i Depeche Mode (“Holding On”), cosi come gli Slowdive, ovviamente con ritmi più dinamici.

Un disco che miscela quindi atmosfera e melodia, con cura ed eleganza, puntando forte sulla voce ma senza tralasciare l’aspetto strumentale, elettronico soprattutto. Sceglie melodie orecchiabili e non calca troppo la mano su artifizi di alcun tipo finendo però per sprofondare nell’altro versante della questione. Eccessiva semplicità che si trasforma in povertà d’appeal e melodie che, per quanto gradevoli, finiscono per essere di facile oblio, perché troppo simili le une alle altre. Dieci episodi che si presentano, in linea di massima, tutti ugualmente apprezzabili e facilmente godibili, senza però riuscire a suscitare un interesse che vada oltre la semplice amabilità sonora. Per chiudere, se avete difficoltà a trovare mezze misure, questo è il disco perfetto per affibbiare la vostra sufficienza, niente di più, niente di meno, almeno per questa volta.

Read More

Faz Waltz – Back On Mondo

Written by Recensioni

Il ritorno dei comaschi Faz Waltz, dopo Life on The Moon, è ancora una volta più che convincente, almeno sotto l’aspetto estetico e caratteriale. Convince la copertina (opera dello stesso Faz La Rocca) in bianco e nero che mostra il power trio alle prese con un cannone da circo e tanto fumo; convince il nome dell’album, Back On Mondo, semplice, diretto, ironico e magniloquente al tempo stesso. Convince la scelta di legare le tredici tracce in tracklist con un concetto portante, la ricerca di una propria dimensione, umana o aliena, lavorativa o geografica, senza per questo appesantirne il risultato e sminuire la potenza dei brani presi nella loro singolarità.

Il terzo lavoro dei Faz Waltz, con una line up rinnovata e registrato in analogico su nastro a due pollici, è un frullato di Rock’n Roll, Psych Rock anni Sessanta, Glam, Pop-Punk e Blues Rock. Una miscela esplosiva di energia, come polvere da sparo, come un cannone pronto a mandarti in orbita. Uno degli elementi più forti nell’album è il Blues Rock, in stile Black Keys (“The Fool”, “I Wanna Find my Place”, “Cannonball Blues”, “Little Home”, “Get Poison”), che starebbe da dio in una pellicola di Tarantino e Rodriguez, reso perfettamente dal lavoro a voce e chitarra di Faz La Rocca; me le parti che più mi convincono sono le sfuriate Glam dei padri T-Rex o New York Dolls, ancor più che David Bowie (“Pay Your Dues”, “Leave Her Alone”) che, anche se povere di originalità come tutto questo Back On Mondo, quantomeno propongono una formula meno abusata negli ultimi anni. Saranno certamente gradite agli ascoltatori legati alla melodia messa al servizio della furia sonica le esplosioni Garage Rock Revival (“Looking For a Ghost”, “Baby Left me”, “Get Poison”) tanto care a Hives, The Libertines o The Strokes. Altro rimando importante è ai Sixties, alle sonorità sia Pop stile Beatles o Kinks (“Clown On The Scene”, “Wrong Side of The Gun”, “Get Poison”), sia psichedeliche e Blues, alla maniera degli Stones, magari i più romantici (“King of Nowhere”), e questa vena di passato sarà udibile, anche se non sempre con la stessa pulsione, dalla prima all’ultima traccia.

Ancor più interessanti i momenti in cui questi influssi si abbracciano con vigore, generando brani che sfruttano i punti di forza di tutte le svariate influenze della band. Esempio il secondo pezzo, “Fingers in my Brain”, in cui la spinta del Garage prende fuoco sotto le note folli del piano di Faz La Rocca, ma anche la splendida “Leave Her Alone”, danza Glam che diventa uno spettacolo per le orecchie grazie ad una melodia semplice quanto accattivante, piazzata sopra ritmiche incandescenti. Un ottimo lavoro sia in fase esecutiva sia in fase compositiva che ha il solo enorme difetto di suonare vecchio già dalle prime note. Avete presente un oggetto creato oggi in uno stile retrò? Oggi è una modernità vintage, tra dieci anni sarà solo vecchio. Allo stesso modo, se il revival Blues Rock di decenni fa aveva un sapore vintage, la sua riproposizione quasi identica puzza di vecchio. E non basta mettersi a correre sui binari delle note Garage o ubriacarsi di Glam per apparire diversi da quello che si è.

All’inizio vi ho detto che Back on Mondo è una miscela esplosiva di energia, come polvere da sparo, come un cannone pronto a mandarti in orbita. Ricordate la copertina? Back on Mondo non è un cannone da guerra e non ha polvere da sparo ma uno di quegli aggeggi da circo il cui fumo è solo finto e a spararti in aria in realtà è un’inoffensiva molla. Back on Mondo è un cannone che ti spara in aria solo un po’, ti fa sorridere, ti fa smuovere il culo ma di certo non fa paura e non fa male a nessuno.

Read More

Tre Tigri Contro/Amelie Tritesse – Tre Tigri Contro Amelie Tritesse 7” split

Written by Recensioni

Partiamo dall’occasione. Record Store Day. Nato nel 2007 dalla mente di Chris Brown è molto semplicemente una giornata (terzo sabato di aprile) celebrativa per tutti i negozi musicali indipendenti, durante il quale le band realizzano ristampe, dischi ad hoc, remix e tutte le possibili prelibatezze e rarità che ogni buon collezionista sognerebbe di possedere. L’occasione di questo split è proprio il Record Store Day, sesta edizione. Un 7”, 200 copie in vinile nero e busta di cartone pressato, 100 copie in vinile colorato in scatole di cartone ondulato con copertine dipinte a mano. Già immagino i collezionisti folli con la bava alla bocca. Oltre al feticismo c’è però la musica e ci sono due formazioni di punta della scena alternativa abruzzese, due band che hanno diviso palchi, sudore e gioia. Da un lato Amelie Tritesse (Teramo) con “L’Agnello di Dio” e il loro classico Read’n Rocking, una miscela di parole e suoni, musica e testo, di Spoken Word e Alt Rock che si piazza a metà strada tra Massimo Volume e Art Brut. “L’Agnello di Dio” non aggiunge nulla a quello che gli Amelie Tritesse ci hanno spiegato essere già due anni fa con l’uscita di Cazzo ne Sapete Voi Del Rock’n Roll. Una storia, raccontata più che cantata, ironica e surreale per certi versi, con una timbrica, un’impostazione vocale (Manuel Graziani, l’artefice), un accento e una sonorità che sarà snervante, quasi insopportabile per alcuni, ma che, al tempo stesso, ha reso gli Amelie una creatura dalla firma distintiva. Il secondo brano dello split è invece una sorpresa. Loro sono i Tre Tigri Contro (Giulianova), power trio emergente che, nel brano “I Lunedì al Sole (Io Non Voglio Lavorare Più)”,  unisce l’ironia di un certo cantautorato italico, tra Rino Gaetano e il Claudio Baglioni di “Portaportese”, all’energia, l’irriverenza e la follia dei più attuali Zen Circus. Del circo Zen sembrano ricalcare anche lo stile dei testi, che, per quanto possano far storcere il naso agli ascoltatori più intellettuosnob, è innegabile riescano a strappare più di un sorriso (“Io non voglio lavorare più! / Davanti al televisore ventidue ore al giorno / e le altre due le vivrei solamente di porno”). I due brani di Tre Tigri Contro Amelie Tritesse, sono molto diversi uno dall’altro ma stanno benissimo insieme, come i due risvolti della stessa medaglia, come due modi diversi di affrontare la vita, diversi e eppure simili perché legati da un sottile filo di disillusione. E alla fine aver avuto tra le mani una delle trecento copie dello split sarà un piacere anche per le orecchie, oltre che per il nostro spirito di feticisti incalliti.

Read More

Ventura – Ultima Necat

Written by Recensioni

Vengono da Losanna, Svizzera, questi tre reduci degli anni novanta nati nel 2003, che sembrano aver triturato e centrifugato una decade di Superchunk e Grunge, di Failure e Alt Rock, di Shellac e Nirvana prima di aver iniziato a vomitare la loro arte sulle nostre orecchie. Dopo diversi split pubblicano il loro primo album Pa Capona nel 2006 e il secondo (finalmente per l’Africantape) We Recruit nel 2010, anno in cui collaborano anche a un singolo per la stessa etichetta con David Yow (Jesus Lizard).

Nonostante la matrice Alternative Rock sia forte, evidente e sia un chiaro punto di forza dell’album, non mancano passaggi che sembrano invece richiamare addirittura al Black Metal. Già l’introduzione di “About to Dispair” sembra presagire paesaggi più variegati rispetto a un semplice revival di fine millennio. Le note gravi e poderose e le pause di quei secondi iniziali sembrano estrapolati da un’inesistente opera Atmospheric Black Metal degli Ulver più che dal terzo disco di una band svizzera che suona nel 2013 col mito di Cobain e soci nella testa. Black Metal che ritroveremo, in sfumature non facili da cogliere, anche in diversi passaggi successivi (“Intruder”, “Very Elephant Man”.)
Ovviamente non si pensi a un disco pieno delle più disparate e inaspettate influenze. O meglio, pieno delle più disparate e inaspettate sonorità. Cosi come nei lavori precedenti anche qui gli anni delle camicie a quadrettoni sono la parte preminente, evidenziata in quasi tutti i brani, sia più lenti, meditativi ed eterei  (“Little Wolf”, “Amputee”, “Exquisite & Subtle”) sia più veloci, carichi e pieni di vita (“Nothing Else Mattered”, “Corinne”).

Assolutamente eccelsa la potenza Post Hardcore e la vocalità Art Rock quando espresse in tutta la loro completezza (“Body Language”, “Amputee”).
Nonostante la ricchezza di spigolature, le chitarre distorte e taglienti , il sound dei Ventura, anche grazie alla voce pulita di Philippe Henchoz e alle ritmiche puntuali e mai ridondanti di Michael Bedelek (batteria) e Diego Gohring (basso) fa  della melodia un altro elemento che contraddistingue Ultima Necat. Basti pensare a un pezzo come “Very Elephant Man” che nella prima parte sembra un tripudio di esasperazioni soniche, con ritmiche sfalsate, voce quasi sovrastata dagli eccessi noise delle chitarre. Basta ascoltare come quello stesso pezzo riesce a trasformarsi nella seconda sezione diventando una goduria per le orecchie, sciogliendosi in una musicalità vellutata dettata sia dal ripetersi delle parole sia dalla semplicità delle sei corde che esplodono come in uno Shoegaze di stampo Alcest, una delle formazioni che più si avvicina ai Ventura. Stessa soavità leggiadra, stesse chitarre taglienti, stessa vicinanza con il Black Metal soprattutto nelle sue varianti Ambient e Shoegaze. L’unica differenza è che, se nei francesi questi fattori sono messi in bella mostra, i Ventura sembrano invece celare il tutto dietro quella nuvola anni novanta cui più volte ho fatto riferimento.

Già con l’opera prima degli Alcest, Souvenirs d’un Autre Monde c’erano state diverse controversie riguardo alla vicinanza della loro musica con il Black Metal; probabilmente allo stesso modo qualcuno potrebbe trovare azzardate le mie parole. Eppure ascoltate con attenzione queste nove tracce di Ultima Necat e forse vi convincerete di quello che dico.
Intanto l’ultima canzone è finita, ancora una volta. Omnes feriunt, ultima necat. L’ultima uccide, diceva Seneca (forse lui?!). Di certo non parlava di musica ma per non sbagliare faccio ripartire il disco e metto repeat, non voglio ascoltare ultimi brani oggi, meglio addormentarsi con la musica in testa.

Read More

Drive me Crazy – 2012 Ep

Written by Recensioni

Dopo una demo autoprodotta, tornano a far parlare di sé i Drive Me Crazy con 2012 – The Ep un disco breve, ma intenso. Sono solamente 4 le tracce di questo lavoro, ma la carica energetica che sprigionano compensa la brevità. La voce di Claudia Favalli ci incanta, mentre il resto della band detta egregiamente un sound Rock esplosivo alternato a momenti più soft da romantiche ballad.

“Drive me Crazy”, la canzone che porta lo stesso nome della band, veicola su note stridenti un testo dolce. La traccia è stata anche scelta come singolo iniziale, completo di videoclip ad opera della M&M Italia.
La seconda canzone, “One Out of a Million”,  è una vera e propria ballad dal gusto romantico ed ha un refrain che si imprime in mente con una facilità sorprendente. Un inno e uno stimolo a seguire  le proprie ispirazioni e le proprie passioni alla volta del successo.
“2012” esprime ad hoc quel che è il Rock n’ Rose della band: suoni a tratti forti e voci sussurrate in alternanza per prendere un po’ in giro con stile chi credeva nella ormai scongiurata fine del mondo predetta dai Maya.

2012 The Ep si chiude con un brano dalle chitarre stridenti e voci trascinate che ben rappresentano il mood del titolo: “Love is Paranoid”. Si sente tutta la passione e la disperazione di un amore a tinte paranoiche.
La voce della Favalli spacca. A tratti nei brani più soft compare il fantasma dei contrasti vocali di Anouk, mentre in altri momenti la grinta prorompente è quella di Beth Ditto dei The Gossip, pur mantenendo sempre una propria identità e peculiarità.
I Drive Me Crazy sono una band carica di energia e di verve che entra nel mercato musicale sfondando la porta e portando una ventata di novità nella nostra collezione di dischi.

Dal 23 maggio l’Ep è disponibile in download su iTunes e le principali piattaforme, nell’attesa del tour che vedrà i DMC esibirsi in diversi locali del Nord Italia.

Read More

The Spezials – Crazy Gravity

Written by Recensioni

È la seconda “volta” per i milanesi The Spezials, ed è un piccolo registrato da emozioni spigliate che,  davanti vorreste condividere con tutti e  che invece ve lo terreste tutto per voi, gelosi della loro attitudine grattugiante e diretta che sforma un ascolto imprevisto, o che può correre il rischio – tranquillo –  di essere incredibilmente ostaggio di una sensibilità FM Alternative oltre i limiti; Crazy Gravity è la fissazione riuscita di suonare sia con certe spiritualità ispiratrici che con l’audacia amplificata della creatività, fuori comunque dagli ordini costituiti del piacere modaiolo a tutti i costi.

Registrate in crowdfunding su piattaforma musicraiser, le dieci tracce del disco, se ascoltate in sequenza determinante, sono una perfetta e definita sintesi di tutte le bipolarità umorali dell’ultima generazione, una scaletta che alterna la dolcezza di una ballata ventilata “Two Girls” e il cozzo del rock nudo e crudo della titletrack, un’onda calda dalla personalità multipla che stringe il microfono dell’ascolto e spiazza nella sua sincera coralità miscelata; pulito da tutte quelle banalità che si annidano come germi a presa rapida in milioni di produzioni underground, Crazy Gravity esprime davvero bella musica, quelle tonalità tutte inglesi di controbattere la noia con infinitesimali meraviglie senza demoni o altre astrusità rabbiose. Belle chitarre d’assalto dolce, una voce che compete sul ritmo sempre di corsa e quella liberazione sonora che si paragona  con esuberanze Arctic Monkeys, qualcosa di sottofondo della Leeds punkettara d’antan “Futuristic Horse”, “Morning Dead”, poi tutto quello che è in più e una rivelazione spiritata da tenere stretta e puntarci sopra.
Disco “birichino” e fruibilissimo, un suono totale che mescola ironia e mood frizzante, impasta e modella come plastilina il suo argento vivo e la sua concreta effervescenza, che racconta le sue storie col fiatone “Shimbone” e con le stramberie disco – danzereccie che provano a riscrivere una stringa di tempo che fa piacere – risentirla in vocoder – tra una cosa e l’altra “Normal”.

La guida  all’ascolto è come una linea schizzata di angoli elettrificati, il piacere – una volta identificata tale linea – è una scarica di adrenalina che precede lo schianto con una soluzione musicale stupendamente cool.

Read More

Huge Molasses Tank Explodes – Bicephalous

Written by Recensioni

Gli Huge Molasses Tank Explodes sono un trio di Milano, formato da Gabriele Arnolfo (batteria, voce) Fabrizio De Felice (chitarra, voce) e Luca Sacanna (basso, voce). La storia del nome arriva da lontano, più precisamente da un articolo del Boston Post del 1919 in cui si parla dell’enorme serbatoio esploso in quell’anno a Boston, e soprannominato appunto il “Disastro Della Melassa”. Registrato alla Sauna di Varese da Andrea Caielli in presa diretta, Bicephalous combina distorsioni alla Dinosaur Jr con melodie scarne e nervose di band come Built to Spill e Modest Mouse.L’approccio live utilizzato per realizzare quest’album è stata sicuramente una scelta azzeccata per riprendere e mantenere quella forza che solo la “musica d’insieme” riesce a trasmettere. Grazie a ciò si sono riuscite a cogliere quelle sfumature d’intesa tra musicisti, cosa che purtroppo viene a mancare con un approccio in studio convenzionale e attraverso un overdubbing eccessivo. Quindi bravi e bravo anche Andrea Caielli che ha mantenuto nel mixaggio il suono originale della band.

Il disco si apre con “Assurances”, traccia dai tratti Punk Rock e caratterizzata da un assolo di chitarra al centro del brano. Belli i cambi di tempo, un po’ meno la pronuncia inglese. Il viaggio musicale continua con “Foiled” e “A Maze”, quest’ultima da me maggiormente apprezzata soprattutto per l’accostamento batteria/voce particolarmente azzeccato. Lo spirito live inizia a sentirsi prepotente con “Enclosures”, un brano parlato piuttosto che cantato, che lascia spazio a Gabriele, Luca e Fabrizio di esprimersi al meglio attraverso i loro strumenti. Meno Punk ma più Indie sporco è “K.Y.C.”, ottimo il basso e gli arpeggi di chitarra in “Realeyes”, ed invece Hardcore quanto basta ma completa anche di stacchi musicali che lasciano respirare l’ascoltatore, è la penultima traccia “Uneven”. Qui mi hanno stupito, non posso che dire bravi! “The Deceit” è uno di quei brani che ti immagini di stare ascoltando mentre guidi e ti godi il panorama. Una traccia apparentemente calma e d’accompagnamento, ma solo apparentemente, infatti il finale incazzoso e pestato non tarda ad arrivare, chiudendo il disco in bellezza.

Gli Huge Molasses Tank Explodes mi sono piaciuti, non posso dire di no, però avrei preferito un po’ più di punch, un po’ più di cattiveria, un po’ più… insomma mancano di qualcosa e forse quel qualcosa non sta tanto negli arrangiamenti ma nel confezionamento del disco, in parole povere avrei fatto masterizzare il disco fuori dai confini italiani, magari in California. Certo sono la prima a comprendere che i costi di produzione non sempre sono low-cost, però proprio perché trovo che questa band abbia delle ottime potenzialità, avrei investito un po’ di più nella realizzazione sonora. Un consiglio spassionato per una loro spero futura produzione.

Read More

Tricky – False Idols

Written by Recensioni

L’uscita del nuovo lavoro di Tricky, False Idols, è prevista a fine mese e c’è già chi dice che questo lavoro merita la sufficienza. È chiaro che non hanno colto le sfumature. Ma andiamo con calma, piano piano. False Idols è un lavoro che arriva a ridosso di Knowle West Boy (2008) e Mixed Race (2010) dopo alcuni anni di silenzio e un paio d’album non proprio riuscitissimi. Nei precedenti ultimi lavori citati Adrian Thaws, alias Tricky, ha tentato di dare alla sua musica un ritmo più “orecchiabile” riuscendo in Knowle West Boy, album bellissimo dalla prima all’ultima traccia, e perdendosi in Mixed Race, album misto, con alti e bassi, in cui riaffiora un ritorno alle origini con suoni cupi e voce bassa, bisbigliata. False Idols non è l’album della maturità, né del cambiamento ma è un lavoro che cerca di tessere la tela degli anni che passano, tra alti e bassi, nel tentativo affermare una volta per tutte la propria identità musicale. È noto a tutti che all’inizio della sua carriera, primi anni ’90, Tricky ha, con successo, dato il via al Trip Hop (insieme a Massive Attack e Portishead) genere che ne miscelava altri, dall’Hip Pop al Dub passando per la Musica Elettronica e il Rock psichedelico. L’inizio dei ’90 rappresenta l’apice della sua carriera che andrà affievolendosi successivamente con dei lavori che il pubblico non recepì proprio bene come Angels With Dirty Faces e Juxtapose.

L’album si avvale della stupenda voce di Francesca Belmonte che con il suo contributo impreziosisce il lavoro di Tricky. Tra i brani spiccano “NothingMatters”, “Bonnie&Clyde”, “Nothing’s Changed”, “Chinese Interlude” e “Doesit”. Tutti brani ritmati che ripercorrono le varie esperienze sonore di questo problematico artista.

In un certo senso con questo lavoro è come se cercasse di far quadrare il cerchio mixando nuovi e vecchi concepts affermando con forza una e una sola cosa: Tricky è Tricky e non ha voglia  di cambiare, “Nothing’s Changed”, di seguire falsi miti accontentandosi del proprio pubblico, della propria gente e di chi fondamentalmente lo ama per ciò che è.

Read More

“Diamanti Vintage” Pixies – Surfer Rosa

Written by Articoli

Senza i Pixies noi Nirvana non saremmo mai esistiti, è la pura verità. Questo è quanto affermato da Kurt Kobain in una lontana intervista riferendosi specialmente a questo album dell’88, Surfer Rosa, l’album ufficiale che Black Francis, Joey Santiago, Kim Deal e David Lovering vollero a tutti i costi per fare sentire l’emblematico manifesto sonoro del loro stile, una eccezionale dinamite di Power-Pop, Garage e stimmate Hardcore, in modo di inibire  le altre garage band al loro passaggio. E la cosa riuscì alla perfezione, tanto che il magico Steve Albini lo produsse e lo lanciò nel mondo come un frisbee impazzito.

Sebbene solo un primo disco di carriera, i Pixies già esprimevano l’autentica folgorazione e una irrefrenabile urgenza di liberazione di andare oltre e contro, ed il loro tutto sommato Garage-Rock rodeva sotto sotto le irruenze. i riff e certe mutazioni psichedeliche di una caratterizzazione abbastanza spavalda quanto alternativa per l’epoca, fatto sta che questo disco arrivò alle orecchie di mezzo mondo, mondo che in pochissimo tempo li innalzò a “totem” di una nuova definizione musicale, ovvero i paladini del Noise-Pop. Una tracklist dalle infinite congetture, mille angolazioni d’ascolto e altrettante fusioni soniche, tredici umori elettrici brillanti e grezzi nel contempo che catturano anche- e soprattutto – per la loro anfetaminica pulsione che si  avvinghia tra melodie ed esplosioni.

La voce della Deal media dolcemente con gli amplificatori e pedaliere focose “Gigantic”, “River Euphrates”, mentre il resto della band coglie i campioni dettagliati di certi Pere Ubu, la nevrosi degli Stooges e Violent Femmes, “Bone Machine”, “Broken Face”, “Tony’s Theme” e senza farsi mancare uno spiraglio allucinato punkyes “Vamos”che stordisce per il nonsense che carica. Sconfinato successo ed un nuovo lessico amplificato, bambagia di fuoco per le fun-up  radiofoniche dei college Usa e un mix estemporaneo di lucidità, follia, alienazione e forte senso dell’humor che si impadronirà del globo rock lasciandoci sopra bei ricordi.

Read More

Alley – Tales From The Pizzeria

Written by Recensioni

Perché Sanremo è Sanremo. Pararà! Cantava così il jingle del famoso Festival della Canzone Italiana. Il Concorso di Rockambula che ha appena decretato il suo vincitore però si chiama AltrocheSanRemo Volume2 e, per rimanere fedele al suo titolo, un jingle non ce l’ha. Possiede tuttavia una vera e propria colonna sonora: il disco del vincitore del concorso. Nel caso di questa seconda edizione il disco in questione è Tales From The Pizzeria degli Alley. Prima di procedere con l’ascolto, mi soffermo un attimo a pensare al titolo e cerco di immaginare cosa potrei mai aspettarmi da un disco che porta questo nome. Cosa saranno mai queste Storie Dalla Pizzeria? E soprattutto, ci sarà mai il modo di raccontarsi delle storie in una pizzeria considerando il rumore di piatti e la sovrapposizione di voci che caratterizza questo genere di locale? Sarà mica un disco fatto di rumore e nulla più?

E invece no. Tales From The Pizzeria comincia sottovoce, con un pezzo che si chiama “Welcome Back”, una canzone di benvenuto per  tutti, per chi suona e per chi ascolta. Alla prima chitarra, che con coraggio spezza il silenzio, si unisce il suono di tutti gli altri strumenti. Per ultima arriva la voce, suadente e decisa, a chiudere il cerchio. Finalmente posso rilassare i muscoli del volto racchiusi in un espressione di curiosità ed abbandonarmi all’ascolto. Non sarà un’accozzaglia di suoni, ma sarà Musica. Comincia a piacermi questa pizzeria. Il disco procede, tra una passeggiata (“Promenade”) e una corsa disperata (“Desperate Ride”), tra chitarre distorte in puro stile anni ’90 e un ritmo sostenuto: il sound della band è ormai chiaro, talmente chiaro che viene da chiedersi se le storie siano davvero finite tutte lì oppure o se ci sia dell’altro da raccontare.

Neanche il tempo di porsi la domanda che arrivano canzoni come “Madame Anvil”, “Brothers and Sisters” e “Joy” a cambiare le carte in tavola; il suono si arricchisce di nuovi elementi, le chitarre perdono le loro distorsioni e l’intero pezzo diventa più melodico. “Joy” ad esempio vanta anche un’introduzione che richiama un vero e proprio organo stile cattedrale. Dopo l’esplosiva “Super Cosmic Power Punch” ci si avvia verso la fine dell’ascolto. Il ritmo allenta la presa e tutto diventa più calmo, così come all’inizio del disco. Insieme a “Giona” anche la chitarra si spegne piano, le storie sono ormai finite. “Bordeaux”, bonus track del disco, è già un capitolo a parte.

Si chiamano Alley, che significa vicolo. Ma più che un vicolo la loro musica mi è sembrata una strada bella larga che fa viaggiare sicuri; una di quelle strade lunghe, che non vedono la loro fine, e sanno sempre dove vogliono arrivare.

Read More