Doppio appuntamento con il panorama Indie-Rock ed il cantautorato italiano questo weekend all’Hiroshima: venerdì 19 e domenica 21 dicembre calcheranno infatti il palco del club torinese i Nobraino e Cristina Donà. I primi, reduci da una lunga serie di concerti partiti lo scorso febbraio, tornano in campo per riproporre, oltre ai loro successi più indiscussi, l’ascolto de L’Ultimo Dei Nobraino, il lavoro discografico più recente, uscito lo scorso 4 febbraio per Color Sound Indie/Warner Music Italy. Domenica sarà invece la volta di Cristina Donà che, appena terminata la promozione del suo nuovo disco Così Vicini con una serie di concerti in versione acustica, è pronta a ripartire per uno Special Elecrtic Tour con tutta la formazione al completo: al musicista e produttore Saverio Lanza si aggiungono infatti Emanuele Brignola al basso (già al suo fianco dal 2007) ed il batterista e percussionista storico della Donà, Cristiano Calcagnile, che l’ha accompagnata nei tour dei primi tre album.
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Nobraino e Cristina Donà in concerto all’Hiroshima
Cristina Donà – Così Vicini
Ciò che mi sorprende dell’ottavo disco dell’incantautrice Cristina Donà è la voglia che ha ancora di giocare, di tessere le sue canzoni di dettagli e rifrazioni, di non esaurirsi nel compito, nell’abuso del già fatto, ma di procedere sempre in avanti, o di lato, anche per piccoli scarti: non è che si faccia sperimentazione, ma almeno si testano soluzioni non ovvie, soprattutto per quanto riguarda gli arrangiamenti (di Saverio Lanza), ma anche nelle armonie, nelle linee melodiche (“L’Infinito nella Testa”, “Perpendicolare”, “Senza Parole”). Così Vicini è un disco piccolo, intimo, sussurrato, ma con grazia luminosa, preziosa. Intessuto di parole dirette, scarne, semplici, ma dagli accostamenti che risuonano di un’eco profonda (“Corri da me che i pianeti si spostano / e prima o poi sposteranno anche noi”, “Corri da Me”; “Hanno chiesto di te le sedie, il tavolo, il divano / un soprammobile da poco ritrovato / era nascosto come me che ti aspettavo”, “Il Tuo Nome”). È un disco che miscela atmosfere, musica e testi imbevendoli di luce calda, e tutto sembra al suo posto, in un ordine naturale e quasi miracoloso – e che, a questo proposito, mi ricorda l’ultimo di Carmen Consoli, Elettra, anche se con altre sonorità, e un’altra poetica. Sonorità che qui vanno da un mood seventies posato e elegante (la title track) ad un Rock morbido e senza spigoli (“Il Senso delle Cose”), in un pastiche sonoro spesso incatalogabile, onnivoro, iridescente.
Cristina Donà ci racconta i ricordi dell’infanzia, l’amore per la propria terra, i bisogni e gli affetti, il desiderio anche fisico, il fascino dell’infinito e dell’imprevedibile, del sentirsi vivi e del dirsi vivi insieme, il tutto guardato dal basso, con gli occhi dei bambini, lo sguardo di chi si è appena svegliato, di chi vede le cose per la prima volta, o si ricorda di com’era scoprirle allora. Così Vicini ha il candore di una vita nuova, ed è piacevole lasciarcisi andare, lasciarsi sorprendere.
Maria Antonietta – Sassi
Si affida a un sound più ruvido, ma ora è felice e monogama – ed ha anche imparato a non dire parolacce.
Continue ReadingIdhea – No Chains
Idhea è una cantante ligure e No Chains il suo ultimo disco, presentato come melodie accattivanti, arrangiamenti taglienti, un viaggio tra il pop d’autore, la ricerca, la sperimentazione e il rock. Ora, è un mestiere anche quello di abbellire in ogni modo possibile un disco in sede di presentazione, però dai, un limite mettiamolo. La sottile linea tra il make up e la chirurgia plastica. No Chains (non ha senso girarci attorno) è un disco brutto. Esplicitiamoci meglio: è un disco immerso in un immaginario (sonoro e non) che è vecchio, stantio, odorante morte e putrefazione. Si dirà: è lo stesso immaginario che vive ogni giorno in molte delle nostre radio, delle nostre televisioni. È l’immaginario che vince sul mercato. Verissimo. Idhea e i suoi collaboratori, su questo, possono stare tranquilli: la mia profonda e insindacabile stroncatura non avrà nessun seguito sulla carriera di questa bella ragazza a cui piace cantare, con una voce molto particolare (bassa, piena), le sue canzoni Pop / finto Rock. Ma un disco così è un disco inutile, e, in quanto tale, dannoso.
Le canzoni sono trasparenti, le solite tre cose che sentiamo ovunque. Il Pop d’autore lo si cerca dalla coffa, sperando che spunti nella nebbia per gridare con sollievo “Terra!!!”, ma non accade. La ricerca e la sperimentazione, per favore, lasciamole a chi si fa il culo per uscire dal seminato dopo 60 anni e più di musica leggera (non basta un synth buttato dentro a caso). E il Rock… se Rock vuol dire una batteria in 4/4, qualche chitarra elettrica e due assoli, allora Sanremo è Woodstock e il mondo non ha più senso. E anche ad inserire questo disco nel filone del Pop italico mainstream, si fa fatica a dargli la sufficienza. Le melodie non sono poi così accattivanti come ci si vuole far credere, e la produzione, sebbene di livello, non è nello standard radiofonico che possiamo raggiungere oggi (alcuni suoni sono pugni nelle orecchie, e non riesco a farmi piacere questa voce maschile che si appoggia in ogni ritornello sulla voce principale: distrae troppo, manco fossero tutti duetti). E anche quando si tenta di fare di più, si toccano degli attimi di involontaria ilarità: sentire “No Chains” che cita “La Bamba” e “l’hit single” “Non è possibile” dove ad un certo punto si cerca il semi-Rap parlato con risultati purtroppo pessimi. Un disco da cui girare alla larga se appena appena capite la differenza tra Cristina Donà e Laura Pausini, tra Carmen Consoli e Emma Marrone. Fate voi.
“Voglio Una Pelle Splendida” feat. Samuel Romano anticipa l’edizione speciale di HAI PAURA DEL BUIO?
Esce l’11 marzo, per Universal Music, l’edizione speciale di Hai Paura del Buio?, album storico egli AFTERHOURS, pubblicato nel 1997, e definito dalla critica musicale come miglior disco della musica indipendente italiana degli ultimi vent’anni. Il brano “Voglio Una Pelle Splendida” interpretato insieme a Samuel Romano anticipa il disco nelle radio a partire dal 28 Febbraio. Il progetto vede coinvolti diversi artisti di spicco della musica italiana ed internazionale che hanno collaborato con gli Afterhours: Hai paura del buio? feat. Damo Suzuki; 1.9.9.6. feat. Edoardo Bennato; Male di miele feat. The Afghan Whigs; Rapace feat. Negramaro; Elymania feat. Luminal; Pelle feat. Mark Lanegan; Dea feat. Il Teatro degli Orrori; Senza finestra feat. Joan as Policewoman; Simbiosi feat. Der Maurer + Le Luci della Centrale Elettrica; Voglio una pelle splendida feat. Samuel Romano; Terrorswing feat. John Parish; Lasciami leccare l’adrenalina feat. Eugenio Finardi; Punto G feat. Bachi da Pietra; Veleno feat. Nic Cester; Come vorrei feat. Piers Faccini; Questo pazzo pazzo mondo di tasse feat. Fuzz Orchestra + Vincenzo Vasi; Musicista contabile feat. Marta sui Tubi; Sui giovani d’oggi ci scatarro su feat. Ministri; Mi trovo nuovo feat Rachele Bastreghi; Televisione (2014) feat. Cristina Donà + The Friendly Ghost of Robert Wyatt; special track: Male di miele feat. Piero Pelù.
Il brano in questione prima dello scempio.
Terje Nordgarden – Dieci
Terje Nordgarden viene dalla Norvegia ma vive e suona in Italia da ormai parecchi anni. Innamorato del Folk e del Blues americani, di Dylan, Springsteen, Drake, Elliott Smith, si è integrato nella fertile scena indipendente italiana e con questo suo ultimo Dieci rende omaggio alla sua famiglia adottiva reinterpretando e riarrangiando, per l’appunto, dieci brani di artisti nostrani (Cristina Donà, Paolo Benvegnù, Marta Sui Tubi, Marco Parente, Iacampo, Cesare Basile… ma anche Claudio Rocchi e Grazia di Michele).
Il risultato è un disco lunare e dolcissimo, rarefatto ma intenso allo stesso tempo. Chitarre dalle distorsioni calde, arpeggi cristallini, ritmiche lineari e soundscape vibranti e infeltriti, un maglione Folk/Blues elettrico in cui raggomitolarsi: sopra tutto questo, una voce morbida, che fa sue canzoni altrui con naturalezza. L’accento straniero di Nordgarden aggiunge anche un taglio retrò all’operazione: ci porta alla mente gli anni 60, il Beat, gli inglesi che venivano in Italia a cantare (in italiano) canzoni (italiane). I brani, cover di artisti (chi più chi meno) affermati ma quasi tutti provenienti dalla scena indipendente, sono canzoni belle ma non famosissime, e questo contribuisce a rendere questo disco di cover un prodotto molto particolare e sui generis.
Alcune canzoni sono particolarmente riuscite (“Non È la California”, “Invisibile”, “Cerchi sull’Acqua”), altre un po’ meno (“La Realtà Non Esiste”), ma Dieci rimane un disco assai godibile e Terje Nordgarden un artista da tenere d’occhio.
Pivirama – Fantasy Lane
Pivirama è il moto sognante della cantautrice siciliana Raffaela Daino è e rimane un personaggio/band ermetico, perennemente incline alla soglia di un mistero quasi ancestrale, eppure piccolo prodigio di peregrinazioni, viatici ed incursioni verso un qualcosa di tattilmente e atmosferico rivolto verso un futuro, comunque un futuro con più diramazioni, che partono da un unico punto focale, la bella fusione di parola e musica.
Fantasy Lane è il numero tre di una immaginazione artistica che sale vertiginosamente per espandersi e stimolare un ascolto “con la testa tra le nuvole ed il cuore zavorrato dentro”, tracce (in italiano e inglese) che integrano alla perfezione quella materia delicata ma anche oscura che è la summa stilistica di cambiamenti e rivoluzioni interiori, voli pindarici ed atterraggi intimi che si travestono da sogni e sensibilità decadente, lo sguardo ed il broncio di una artista che privilegia stare sopra ai sintetizzatori, sopra un pop screziato, sopra a chitarre e tasti di piano per vedere dall’alto in basso la volontà sospesa della sua melodia trasversale, della sua pigra grazia; con un aura sparuta, ma proprio sparuta semi-cosmica alla Cristina Donà, Pivirama rende esaltanti i suoi stati d’animo, li manipola e colora prevalentemente di colori autunnali, quel senso decelerato di poesia personalissima che scompone e ricompone tra reale ed immaginazione, radenti in cui sguazza e abbina alla scelta sua di farli comunque punti di riferimento stupendi lontani dalla ipercinetica dei tempi che corrono.
Straordinariamente culturale e – meraviglia – fuori sincrono dalle piste battute dell’indienulla, il disco regge confronti e ascolti plurimi, disco che vede la collaborazione di svariati musicisti incastonati qua e la nella scaletta e anche disco di “attracco” per ulteriori sviluppi creativi e di sostanza; l’offuscato brivido elettrico di “Sick”, la nebbia altolocata che si spande nell’eterea atmosfera francoise “Sonicamente”, il giro rock alla Courtney Love “I am Mine” o le parole di Madre Teresa di Calcutta che stringono il cuore in “Mom Theresa” sono le campionature rapprese di questo effetto sonoro che è Fantasy Lane, arrivo, ripartenza, approdo e di nuovo volo di una bruciante sorpresa che spalanca l’ascolto, sottomettendolo.
La Band Della Settimana: Levante
Levante è come le sue melodie: un carezzevole vento d’estate pronto ad esplodere all’improvviso in violenti temporali, gli occhi sempre fissi al sole alto nel cielo.
Nasce nel 1987 a Caltagirone in provincia di Catania e cresce ascoltando le grandi voci internazionali di Janis Joplin, Tori Amos, Alanis Morisette ma anche le nostrane Meg e Cristina Donà. Levante ama raccontare delle cose semplici in modo limpido intessendo con grazia un tappeto di suoni, immagini e parole dove viene voglia di sedersi e farsi cullare storia dopo storia.
Il suo nome lo deve agli odori e al calore della terra che porta nel cuore, ad un passato che spesso manipola in musica per affondarvi con voce fresca e limpida parole profonde che sembrano quasi intagliate nel cedro.
“Alfonso” è il primo singolo di Levante e anticipa l’album d’esordio Manuale Distruzione in uscita per l’etichetta INRI il prossimo 2 ottobre, un progetto fortemente voluto da Davide “Anti Anti” Pavanello, fondatore della label indipendente torinese e realizzato a quattro mani con Bianco, amico e collega che l’ ha accompagnata nella produzione del suo primo lavoro solista.
Qui sotto trovate proprio “Alfonso”: la cronaca di una festa grottesca in cui si fanno i conti con tutta la solitudine del mondo. Scarpe scomode e un vestito d’insofferenza indossati insieme ad un sorriso beffardo, a nascondere il labiale della frase che tutti quanti avremmo voluto urlare a squarciagola almeno una volta nella vita