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Years Without Days feat. Athonal – DJ Set #1

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Dj Set#1 nasce dall’incontro di due emergenti della musica elettronica: Years Without Days e Athonal, rispettivamente Luigi Calfa e Simone Giudice. Insieme per la prima volta sul palco del Color Fest (8 Agosto 2013) a Lamezia Terme, nel cuore della Calabria che per ventiquattr’ore di fila ha ballato sulla musica de I Ministri, Nobraino, Giorgio Canali & Rossofuoco ecc. Una festa di colori e musica soprattutto per riscattare una terra troppe volte martoriata e sottovalutata.

Un primo featuring che lascia intendere almeno l’idea di un secondo incontro per costruire ancora quegli universi paralleli ma similari, fatti di infiniti loop e pensieri metafisici creati su idee e passaggi semplici che rendono l’elettronica minimale ma soprattutto chiarissima all’ascolto di ogni singolo piccolissimo passaggio che apre inesorabilmente un mondo fatto di sensazioni tattili in paesaggi futuristici e lontani dall’immaginario odierno. Ma anche un’elettronica che guarda ai suoni più contemporanei e atonali presenti all’inizio del Dj Set, utili a definire mondi popolati da creature misteriose e silenziose che riportano l’uomo verso il suo passato ancestrale, verde e vuoto e su una terra incontaminata che fa pensare a 2001 Odissea Nello Spazio e all’inconfondibile monolito di una nuova e inarrivabile generazione. Un lavoro semplice ed elegante che ad alto volume sprigiona una potenza che non nasconde niente. Una potenza fatta di tempi enormi, scanditi da infiniti giri di vinile. Ma soprattutto più di un’ora riempita da una tracklist invidiabile, partendo da Alva Noto, la cui musica è arrivata nei centri d’arte contemporanea più importanti del mondo, dal Guggenheim di New York alla Biennale di Venezia, passando per Ramadanman, Marcel Fengler, i Radiohead con“Good Evening Mrs Magpie” e Apparat con la Noise version di “44”.

Un Dj Set che loro stessi definiscono “fine e mirato. Samples tenuti in vita mentre breakbeats variano a suon di 2 Step e Garage con innesti di Techno. Beat-maker di professione. Il sequencer è un’utopia. Il crepuscolare si unisce al minimale, il risultato al primo EP sa un po’ di malinconico e un po’ di misterioso”. Insomma un Ep non invasivo e utile anche per immergersi in questo mondo per la prima volta.

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King Suffy Generator – The Fifth State

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Dopo il Quarto Stato arriva il Quinto. I King Suffy Generator, ispirati dalle opere del pittore e scultore Giorgio Da Valeggia, ne fanno un concept-album, strumentale, sul processo che ha portato l’uomo ad essere vittima della stessa società che aveva in passato cercato di cambiare. Da forza motrice a ingranaggio muto.

Il disco si apre con “Derailed Dreams”, tra chitarre e basso pulsanti, melodie imprevedibili, ritmiche ossessive, fino all’apertura del finale. Si prosegue con “Short Term Vision”, dalle parti dei God Is An Astronaut più intensi, o come una versione meno graffiante dei Kubark: arpeggi circolari, pulsazioni zoppicanti e atmosfere ariose, con in coda un finale perfetto, che s’inchioda nella mente con sorprendente facilità. “Rough Souls”, basata su appoggi di synth su sfondo noise, è nient’altro che una decompressione intermedia che ci porta a “Relieve The Burden”, acida e pungente, dove le chitarre predominano, alte e frizzanti, a scalare su e giù per la tastiera in riff inquieti, infestanti, e inserti ruvidi – la lezione della Psichedelia sixties viene assimilata e rielaborata attraverso il prisma del Post-Rock anni 90. Col piede si tiene il ritmo, con la testa si viaggia lontano. Il finale viene lasciato ad una coda di pianoforte e voci distanti: una nota malinconica prima dell’uno-due finale.

“We Used to Talk About Emancipation” parte con un solido impianto ritmico, furioso e asimmetrico, e finisce riprendendo l’atmosfera, incattivendola, della chiusura di “Short Term Vision”, in un corto-circuito che provoca un interessante deja vù;mentre “Tomorrow We Shall See” mantiene alta la carica energetica degli ultimi due brani e la porta in situazioni ritmiche prima ondeggianti poi martellanti, con le distorsioni delle chitarre che premono contro basso e batteria, aprendosi qua e là in scoppi o distensioni improvvise che spezzano la continuità del brano, facendolo diventare una piacevole corsa ad ostacoli che non perde però in naturalezza. Verso la fine si rallenta e si prende un bel respiro: la sensazione è quella della camminata gonfia d’ossigeno dopo lo scatto feroce per arrivare al traguardo. The Fifth State è un ottimo album di musica strumentale: Post-Rock energico, abbastanza orecchiabile, psichedelico, atmosferico. Ai King Suffy Generator manca solo qualcosa che possa rendere più personale la loro opera. Detto questo, il disco ha senza dubbio tutte le carte in regola per poterlo consigliare, senza scrupolo alcuno, a tutti gli amanti del genere.

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Palkoscenico – Rockmatik

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Napoli colpisce ancora: è un mix esplosivo di Reggae, Dub, Rock ed Elettronica quello che ci donano i Palkoscenico, nella scia dei conterranei 99 Posse e Almamegretta. Dodici tracce in levare, con ritmiche trascinanti e un impianto World che però riesce, almeno per quanto riguarda le liriche, a sfuggire alla noia del già detto, probabilmente grazie ad uno sguardo laterale che sfugge i cliché e le frasi fatte.

C’è però tutto ciò che ci aspetteremmo da un disco del genere, senza inventare granché ma collezionando ciò che serve per colpire a fondo tutto un certo target: materiale a chili per ballare, muovere la testa su e giù, canticchiare sottovoce per strada con Rockmatik nelle cuffie. È un disco solare ma critico, divertente ma con una coscienza, e sicuramente pronto a far scatenare folle festanti dal vivo.

Se non vi piace quel mondo, quel mood, è inutile andare a scavare: ma, altrimenti, Rockmatik è un disco di tutto rispetto, simpatico, confezionato sapientemente e scritto con tutti i crismi del caso. Un compagno gioviale e sincero per un’estate danzereccia.

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Machweo – Leaving Home

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Machweo significa tramonto, o almeno così ci dicono: e l’impianto di questo primo full lenght, Leaving Home, ha effettivamente un sapore crepuscolare. Machweo è un ragazzo di vent’anni, italiano, che gioca con suoni, ritmi, campioni e atmosfere, componendo un pastiche rilassato e rilassante, un vortice di riverberi ed echi che riesce a rapire il nostro ascolto con levità. Strumentale ma non appesantito da eccessivi barocchismi, il disco si snoda tra un’Elettronica Ambient Minimale che si potrebbe facilmente confondere con il Post-Rock più soffuso à la Tortoise (“The Sadness of Fire”), o con qualche episodio dei Godspeed You! Black Emperor, senza tralasciare qualche strascico Pop (andate a sentirvi la tranquillità Chillout dell’opener, “Looonely”), e qualche richiamo all’Elettronica più hip del momento (“I Love You But You Left The Cigarettes at Home” e “My Backseat”, dalle parti di un Flying Lotus, con le dovute proporzioni).

Machweo ci porta per mano qua e là nel suo mondo di atmosfere pacate e rarefatte(a volte affrontandolo come un vero e proprio percorso, come nell’uno-due di “U Stronger” e “The Bottom Of The Ocean”, dove i suoni acquei collegano e immergono ritmi di suoni percussivi alieni e semplici riff in un maelstrom di piacevole confusione), non senza lirismo (“U Sad”) o gusto per un’ossessività psichedelica in senso lato (“Bad Trip on Marijuana”).

Il suono è molto curato, ma allo stesso tempo semplice, abbordabile, in questo senso Pop (“Chase The Sun”). Ciononostante, Leaving Home rimane un disco non certo alla portata di tutti. Ma se non vi spaventa la sostanza aleatoria della musica elettronica, e non vi fate intimidire da undici brani strumentali che tentano di creare un marasma cosmico nelle vostre orecchie, Machweo vi porterà in posti curiosi e in sentieri non troppo segnati. Un viaggio da tentare.

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Dimartino – Non Vengo Più Mamma

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Il vero cantautore è quello capace di portarti musica e parole dentro le vene, è quello capace di farti ridere, scherzare, piangere. Innamorare. E per quanto questa fosse una frase fatta e rifatta milioni di volte è così. E’ quello che in qualche modo riesce a raccontare le storie della tua vita, un animo turbolento e viziato del quale però non riusciremo mai a viverne senza. Poi in questi ultimi anni il cantautorato prende tantissime direzioni, quello che preferisco senza dubbio è quello che (senza stare a fare nomi già noti) nasce e si sviluppa nell’Italia meridionale. Dimartino è sicuramente sulla punta della piramide dei cantautori italiani degli anni dieci, belle canzoni, impatto live importante, genuinità. Sarebbe Bello Non Lasciarsi Mai, ma Abbandonarsi Ogni Tanto è Utile il precedente disco non lasciava troppo spazio alla critica negativa, una delle migliori produzioni italiane di quell’anno, uno dei migliori dischi italiani degli ultimi anni. Adesso decide di cambiare, sperimentare, rischiare. Il nuovo lavoro (un Ep) Non Vengo Più Mamma (unico supporto fisico in vinile) non è il disco che un fan di Dimartino si aspettava di ascoltare, o almeno in parte, c’è innovazione elettronica dentro, c’è un bel fumetto scritto da Dimartino e disegnato da Igors Scalisi Palmieri da leggere durante lo “sperimentale” ascolto del vinile.

Sei canzoni a comporre il disco (Ep), senza troppe riflessioni invernali come nell’opener “No Autobus”, il pezzo che da subito mette simpatia e leggerezza sulle spalle dell’ascoltatore. Poi Dimartino decide che le parole in qualche modo debbano finire nel pezzo interamente strumentale e sintetico “Il Corpo Non Esiste”, vera e propria novità artistica del musicista siciliano.

Con “Piangi Maria” ritorniamo a rivivere quelle emozioni classiche alla Dimartino nonostante la musica sembra ancora una crescente evoluzione sonora di quello che fu un ex conterraneo assessore, uno “Shock in my Town” rigenerato nella forma e nello spirito. In “Scompariranno i Falchi Dal Paese” si prova ancora qualcosa di diversamente ispirato, nelle sequenze musicali accompagnate da un inedito Dimartino oratore. Tutto sempre completamente “diverso” dal solito nei due conclusivi pezzi “Come Fanno le Stelle” e “Non Torneremo Più”, una dimostrazione di grande versatilità e prontezza di riflessi intellettuali. Non Vengo Più Mamma sarebbe bello non lasciarlo mai andare via dal vostro giradischi, una boccata di aria nuova, pulita, il desiderio di non dare mai niente per scontato nella vita. Dimartino non delude mai anche quando gioca con qualcosa che naturalmente non gli appartiene, la sua vocazione è quella di fare musica, per il resto divertiamoci nel vederlo giocare con ben riuscite sperimentazioni, Non Vengo Più Mamma suona come una piacevole parentesi nella carriera ancora tutta da fare di uno dei migliori artisti dello stivale. Forza Dimartino, noi non ti lasceremo mai.

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Prospettive di Gioia Sulla Luna – Il Giorno Dopo

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Nella loro biografia, i Prospettive di Gioia Sulla Luna ci fanno sapere, tra le altre cose, che “i tre [il nucleo fondante della band, ndr] sono stati dei punk incazzati, dei capelloni, dei fini rumoristi e anche degli onanisti elettronici”. E poi? Poi si accorgono di voler cambiare rotta, tentare strade nuove. “Era giunto il momento di provare a suonare facendo meno rumore possibile”.

Questo dice molto del progetto e del loro ultimo disco, Il Giorno Dopo. Si legge già tra le righe la voglia di Pop che permea il lavoro, sfacciata, senza remore, ma anche senza preconcetti: un pop bastardo, che si mescola, sfugge alla definizione, ci ritorna, si lascia ascoltare carezzevole e poi corre, inseguito da una batteria incalzante, da un synth fiabesco, da chitarre frizzanti. Le dieci tracce de Il Giorno Dopo scorrono comode, ma riescono, nella maggior parte dei casi, a passare indenni sotto i colpi della noia e del ricorrere di cliché e stilemi già sentiti. Il gioco, ai cinque PDGSL, è riuscito bene: dall’ossessionante “Baby” all’intensa “Una Promessa”, dall’esaltante “Las Vegas” alla sognante “La Luna Sbadiglia”, tutto crea un mondo sospeso, Rock quando vuole, Pop ogni volta che può.

Certo, magari non c’è il pezzo della vita, quello per cui ci ricorderemo di loro fra qualche anno. E se proprio devo dirla tutta, in qualche episodio il timbro vocale di Peppe Barresi non mi ha convinto moltissimo (è molto particolare, non si può negarlo; però capita che sembri fuori posto). Ma non siamo qui a spaccare capelli in quattro: ci accontentiamo di occupare le nostre orecchie con suoni che siano degni quanto basta. E Il Giorno Dopo può accompagnarci, almeno per un tratto di strada.

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Daft Punk – Random Access Memories

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È uscito l’attesissimo nuovo album studio dei Daft Punk, Random Access Memories; sono passati otto anni da Human After All ma i numeri parlano chiaro e già alla premiere su Spotify Random Access Memories batte tutti i record di streaming in UK e USA, con “Get Lucky”, come dichiara il Guardian, ma i numeri non sono noti. Sarà vero o sarà la solita trovata pubblicitaria? Ecco come conclude il Guardian, poi vi dirò la mia: “I robot hanno ancora una volta dimostrato di essere veri innovatori, non solo con la loro nuova direzione musicale e il cast stellare di collaboratori, ma anche perché hanno intrapreso una delle migliori campagne pubblicitarie che abbiamo visto da qualche tempo a questa parte. Ci aspettiamo che l’album diventi uno dei più grandi, se non il più grande, su Spotify quest’anno. “

Personalmente, tutta questa innovazione non la sento; la nuova direzione musicale, un misto di Funky Soul elettrificato da suoni campionati in bassa frequenza, non sembra tutta farina del loro sacco, ecco perché alle mie orecchie sembrano profondamente cambiati; altro che nuova direzione musicale. Sarà frutto del cast stellare di collaboratori che hanno contribuito, e non poco, a rendere questo lavoro perfetto, satinato, talmente studiato che prima di uscire ha già battuto i record di ascolti. L’album si avvale di diverse collaborazioni; tra i più incisivi troviamo la chitarra del compositore Nile Rodgers a dare all’atmosfera quel tocco retrò/vintage. Per chi non lo sapesse Rodgers è considerato uno dei più influenti compositori della storia della musica Pop. Tra cui troviamo anche Paul Williams, ripescato chissà dove, autore e compositore molto attivo negli anni ’70. Tra i producer anche Chilly Gonzales pianista canadese specializzato in elettronica. In questo primo humus di nomi troviamo gli ingredienti fondamentali di quest’album studiato alla perfezione e dall’atmosfera molto Disco ’70.
Andiamo ai brani. Il singolo “Get Lucky”, record di stream su Spotify si avvale della presenza di Pharrell Williams, voce anche in “Lose Yourself to Dance”,  altro super big della musica Pop che, per intenderci, ha scritto molti pezzi della star del Rap Snoop Dog. Brano simbolo del disco è “Giorgio by Moroder” con la partecipazione appunto del grande compositore pluripremiato Giorgio Moroder personaggio di spicco della Disco ’70, traccia monologo, nove minuti dal mood graffiante e molto Funky. Scostano i nomi di  Julian Casablancas, degli Strokes, in “Instant Crush” e di Panda Bear in “Doin’ It Right”.

Come leggete e potrete sentire questo lavoro presenta una moltitudine di sfumature collaborative che sicuramente da un lato impreziosiscono ma dall’altro lasciano poco spazio a ciò a cui i fans di lunga data sono abituati con i Daft Punk. Un lavoro che sorprende al primo ascolto e i vecchi fans dovranno faticare per trovare qualcosa a cui aggrapparsi altrimenti non rimarrà che supplicare un ritorno al passato e non quello vintage Disco ’70 ma quello dei primi Daft Punk.

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Cosa c’è di diverso nella musica elettronica?

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La domanda è nata quando ad un certo punto, in una bella giornata di sole, mi sono chiesto: perché il Jazz, che per me rappresenta la più alta manifestazione della tecnica sullo strumento, è una musica di nicchia ( solo il 3% della popolazione europea lo ascolta quotidianamente) quando dovrebbe essere il contrario? Allora, cominciandomi a rispondere, ho trovato la strada per questo articolo perché la risposta più banale che mi è venuta in mente, e cioè che è un fatto di ignoranza, mi sembrava troppo scontata, da fighetto un po’ snob e poco esaustiva. E poi così discriminavo il 97% della popolazione. Semplicemente ero partito da una considerazione sbagliata e cioè che non è solo la cultura che avvicina alla musica ma in gioco c’è tutta l’antropologia umana, fatta di aggregazioni, identità, sessualità, estetica, ecc….  Allora qual è la musica che più unisce e più è ascoltata dai giovani d’oggi? La musica elettronica. La mia analisi parte da qui, al rovescio, per portare la musica elettronica nel Jazz e il Jazz in quella elettronica.

Per musica elettronica intendo quei brani che intrinsecamente hanno al loro interno suoni prodotti da strumentazioni elettroniche, la musica da discoteca per capirci e non la musica registrata con mezzi elettronici; l’elettroacustica è un altro viaggio. Quindi musica fatta da sintetizzatori, campionatori, drum machine e sequencer che a ritmo martellante mettono a dura prova le orecchie o le gambe dell’ascoltatore, dipende da che tipi siete. Il mondo che aprono questi strumenti è un mondo vasto fatto di mille sfumature; tra le più recenti la Drum’n’Bass e la Minimal Techno. Sono partito dagli aspetti che più delineano questa musica e ho cercato la sintesi. Ovviamente non sarò esaustivo ma esporrò qui le mie personalissime e opinabili idee.

Ritmo Molta musica elettronica (non tutta ovviamente) è costruita attorno ad un forte nucleo ritmico, molto più che altri generi. Questo potrebbe discendere direttamente dalle radici della musica come il ritmo tribale. Riconoscere un buon ritmo non richiede una grande formazione musicale e la musica elettronica è piena di grandi battute.

BallabilitàDiciamolo, la musica elettronica ha senso quasi solamente su una pista da ballo. I vari ritmi, di cui sopra, costringono i nostri corpi a muoversi ed è semplicemente fantastico se fatto in gruppo. Per alcuni la musica elettronica diventa molto intrecciata a queste situazioni. Questo è dovuto alla sessualità che porta alla coscienza del proprio corpo.

Complessità timbrica  – La musica elettronica offre una complessità timbrica che va ben oltre ciò che si può trovare nella maggior parte dei generi che utilizzano strumenti tradizionali. Questo deriva dalla molteplicità dei suoni a disposizione dell’elettronica. Le variazioni timbriche generalmente sono poco distinguibili dalla melodia e ci vuole un buon orecchio per poterle apprezzare appieno. Per chi supera questo ostacolo troverà sicuramente interessante le potenzialità di questa musica.

Gamma emotiva L’elettronica ha una gamma emozionale molto più ampia e sfumata di quella che di solito troviamo nella musica tradizionale, ad esempio nella musica melodica. I sentimenti che questa musica può evocare sono raramente così evidenti, al contrario dei messaggi che può dare una canzone Pop. Queste ultime offrono narrazioni “coscientemente” più accessibili, mentre l’elettronica porta emozioni più complesse che non necessariamente si evolvono in modo lineare.

Anticonformismo I gusti musicali possono essere fortemente influenzati da fattori sociali e sono spesso parte della propria identità culturale. Per questo molti generi di musica elettronica tendono ad essere visti come non convenzionali e riescono a fornire da un lato un senso di appartenenza a una comunità e dall’altro rifiutano gli ideali tradizionali. Questo effetto è molto visibile in generi come la Techno.

Concludo dicendo che le “persone comuni” non conoscono la differenza tra la tromba e un trombone e non sanno assolutamente nulla su come si suonano questi strumenti ma in generale tutti gli strumenti. Questa cosa penso sia riconducibile al fatto che non siamo più abituati a guardare gli artisti che suonano perché siamo assuefatti ai video musicali che ci propongono una serie di immagini che vanno verso strade di narrazione musicale più che sulla rappresentazione strumentale. Perciò oggi la musica è una forma di video arte. Non penso che il Jazz e la musica elettronica siano così diversi, anzi, ritengo che siano abbastanza simili. Solo che il Jazz tende a sperimentare melodie astratte su strumentazione fissa mentre la musica elettronica accantona la melodia complessa per cercare spazio al movimento attraverso la varietà delle trame sonore.

Dal min. 4:00 si può apprezzare la prima presentazione in TV di un synth.

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M83 – Oblivion OST

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L’ultimo disco dei francesi M83, ex-duo (ora più che altro nom de plume del frontman Anthony Gonzalez)di musica elettronica sui generis, è in realtà la colonna sonora del film Oblivion, diretto da Joseph Kosinski (anche co-sceneggiatore e produttore), con Tom Cruise e Morgan Freeman.

Non ho ancora avuto modo di vedere il film, quindi non posso dirvi se la colonna sonora funzioni come accompagnamento drammatico, né quanto sia azzeccata come atmosfere o scelte di mood. È un disco interessante, però: gli M83 creano una colonna sonora “classica”, piena di archi e atmosfere retrò, dove lunghi crescendo elettronici sospesi si aprono in cavalcate orchestrali ritmiche e aperte (il finale di “Tech 49”), in pieno stile hollywoodiano, senza inventare granché ma rendendo epica ogni risoluzione, ogni svolta nel discorso intrapreso. D’altronde lo stesso regista ha commentato la scelta degli M83 in questo modo: “la musica degli M83 mi è sembrata fresca e originale, e grande ed epica, ma allo stesso tempo emotiva, e questo è un film molto emotivo, e mi è sembrata un’ottima scelta”.
Ecco quindi che sintetizzatori e archi si mischiano in soundscapes intriganti (“StarwWaves”), arpeggiatori e ritmiche elettroniche montano cupi qua e là (“Odyssey Rescue”, “Canyon Battle”), misteri s’infittiscono nelle rapide movenze degli alti e nelle esplosioni dei bassi (“Radiation Zone”). E poi terzine d’archi che s’alzano e scorrono incalzanti (“Ashes of Our Fathers”) e cupezze e cori angelici da un altro universo (“Temple of Our Gods”), o firme Ambient in calce, interrotte da poche, parche note di piano (la sospesa “Undimmed by Time, Unbound by Death”).

L’impressione generale è che, come colonna sonora, la musica degli M83 possa funzionare bene, così sospesa tra passato recente e contemporaneità, soprattutto per un film di SF che pare si ispiri ai classici degli anni ’70. Certo, non inventa niente, non c’è un approccio originale al materiale, e nemmeno il gancio che li farà passare alla storia (un tema alla Mission: Impossible, o alla Pirati Dei Caraibi, per fare solo due – piccoli – esempi). Anche la traccia conclusiva, la title track, l’unica cantata (da  Susanne Sundfør, che in alcuni momenti pare Florence Welch), non si muove tanto dal già sentito (anche se è decisamente scritta bene per una colonna sonora, e immagino sia servita per i titoli di coda, che scommetto abbia accompagnato alla perfezione). Sono soundscapes che sembrano spacescapes, quando riescono meglio; quando riescono peggio, invece, assomigliano ad una qualsiasi colonna sonora “di mestiere” fatta da un professionista qualunque di un qualche studio di Hollywood.
Come disco a sé stante non regala molto: forse è troppo “colonna sonora” per funzionare da solo, troppo pieno di ambienti sonori, di tappeti svuotati e poi riempiti, ma con una lentezza parsimoniosa, che così bene s’adatta al grande schermo, ma meno ad un ascolto dedicato. Non mi resta che vedere Oblivion e vedere quanto, di tutto questo, rimane durante il film.

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Perturbazione – Musica X

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I Perturbazione si sono costruiti, nel tempo, una reputazione adamantina e inossidabile: fin dall’ottimo In Circolo (passando per Canzoni Allo Specchio e Pianissimo Fortissimo,  arrivando a quel capolavoro che è il doppio Del Nostro Tempo Rubato) hanno saputo porsi come alfieri del pop indipendente semplice ma intelligente, curato ma diretto, malinconico e simpatico insieme.
Col nuovo Musica X, che esce in allegato col mensile XL, proseguono sul percorso tracciato fin dagli esordi in lingua italiana: canzoni brevi, immediate, di un pop anche radiofonico, orecchiabilissimo, da canticchiare fino alla nausea. Allo stesso tempo continuano a raccontare (e raccontarsi) nel loro distintivo timbro agrodolce, in cui riflessioni quotidiane si mescolano a voli pindarici di carattere più generico, ma sempre con pacatezza, con umiltà.

I Perturbazione danno il loro meglio nelle tracce più intime, quelle dove si mettono a nudo: sono brani emozionanti, in cui ti accorgi di essere quasi imbarazzato dalla loro schiettezza, dal loro candore; poi ti rendi conto di provare le stesse cose, e inizi a sentirti nudo anche tu. Penso a “Diversi Dal Resto”, dove ci raccontano quanto siamo tutti condannati alla banalità, o a “Mia Figlia Infinita”, una canzone d’amore disarmante, sincera, vera, travestita da canzone “di guerra”. Stesso discorso per “Monogamia” o “I Baci Vietati” (con Luca Carboni): sono discorsi che tutti ci facciamo, ma spesso in solitudine, facendo finta che certe cose non ci tocchino; e sentirli espressi con così tanta facilità è liberazione e disagio insieme.
Più generiche e su varie gradazioni di riuscita il resto del disco: la title track, inno sui generis alla musica, vissuta ovunque e comunque; la stramba “Ossexione” (con Erica Mou), litania/filastrocca sull’onnipresenza del sesso nelle nostre vite; la didascalica “Questa è Sparta” (con I Cani), che dipinge un ideale di bellezza senza il quale “si sanguina e si muore”. Discorso un po’ a parte per la conclusiva “Legàmi”, che racchiude un po’ quell’anima del disco che canta di rapporti, di relazioni, di scambi, e per il primo singolo, “Tutta la Vita Davanti”, ennesimo esempio di come alcuni gruppi indipendenti possano competere con il mainstream anche in termini di piacevolezza immediata dell’ascolto (se questo brano passasse ogni mezz’ora su una qualunque radio nazionale, il disco scatterebbe in classifica dopo una settimana o due, al massimo).

Musica X è un disco piacevolissimo, di musica leggera ma bella, scritta bene e suonata con mestiere. È intelligente, simpatico, malinconico, emozionante. È una nuova tappa del percorso dei Perturbazione ed è decisamente all’altezza della loro storia. Si parlava tanto di un cambio di sound (con la produzione di Max Casacci dei Subsonica e con l’utilizzo più intenso di qualche aggeggio elettronico), ma, anche se una differenza certamente si può notare, non è che un vestito leggermente diverso su un corpo che è rimasto lo stesso (ed è la cosa che conta). Trovata la formula, tutto il resto è puro contorno. Musica X è un disco dei Perturbazione e, elettronica o meno, vale la pena farselo cantare.

Anteprima XL. Perturbazione - La vita davanti from videodrome-XL on Vimeo.

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Settembre Nero – La Dittatura Del Piano B

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Duro come l’asfalto, decadente come un antico palazzo abbandonato in periferia e spaventoso come il gruppo terroristico da cui prende il nome. Questo è il sound dei Settembre Nero. E non dimentichiamoci il nero, senza alcuna sfumatura se non quella del grigio nebuloso di una sigaretta ormai sull’orlo del filtro.
La band nasce un paio di anni fa da un’idea di Nino Tosh, musicista torinese non di certo nuovo alla scena underground per aver militato in band come Petrol, Mambassa e Betty Page. Il progetto viene portato avanti e trova poi il suo giusto equilibrio nel 2012 con l’ingresso nella band di altri due nomi altrettanto conosciuti nel panorama piemontese: Vito Guerrieri alla batteria e Franco Cazzola alle chitarre e tastiere.
Il suono e l’attitudine non sono nulla di nuovo, ma quanto c’è una botta del genere è difficile rimanere indifferenti. E la botta la si assapora maligna e assetata in questo album di esordio, che come ogni album di esordio che si rispetti, pecca di magnifica immediatezza e irrazionalità. Testi ermetici, ripetitivi, martellati in testa da melodie semplici e ritmiche da hangover violento. Pochissimi fronzoli e un cuore metallico che pompa sangue sporchissimo.

L’apertura con “Boia di sé” ci fa subito capire che di sfumature di colore non ce ne saranno molte e le luci rimarranno spesso spente, gli unici barlumi arriveranno dal fuoco e dai lampi. L’elettronica fa da padrona e il lavoro dei ragazzi dietro i beat assassini è stato magistrale. Il corpo si sbatte da una parte all’altra di un corridoio stretto, avanza strafatto a zig zag con gambe pesanti e testa ubriaca di rumore. “Fiore Nero” presenta una tastierina dai richiami new wave sotto l’uragano di chitarre, “Che Cosa Dire Di Noi” pare affievolire un poco la violenza inaudita in cambio di melodie più ragionate e articolate, senza rinunciare alla azzeccata cantilena martellante. I nervi non si rilassano mai.
L’episodio più riuscito rimane “Sexy Kitten #1”, perfetto esempio di vento analogico dal sapore rock’n’roll mischiato alla digitale e onnipresente tastiera robotica (dal vivo fidatevi che questo pezzo spacca in due gli stomaci). Il suono sembra sempre impacchettato e un po’ ovattato e rimane forte energia potenziale pronta ad esplodere, quasi come se fosse fiero di vestire underground, onorato di stare nel sottosuolo.

Oltre le sette tracce sono poi presenti vari remix più o meno tamarri ad aumentare il nostro vagare in questo claustrofobico labirinto. Il tunnel sembra riecheggiare e rimbombare anche al suono della cover Beatles “Helter Skelter”, perfettamente riadattata al suono nero di Settembre senza rinunciare ad una chitarra figlia della vecchia scuola. Si il rock’n’roll rimane vivo e vegeto anche in questo tornado digitale, e chi l’avrebbe mai detto?

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Lolaplay – La Città Del Niente

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La seconda canzone del nuovo disco dei Lolaplay, La Città Del Niente, è “Non Comprate Questo Disco”!
Davvero un titolo insolito, soprattutto se consideriamo che il rock dei Lolaplay ben si applicherebbe anche a folle oceaniche quali quelle presenti in eventi prestigiosi quali il concertone del Primo Maggio a Roma.
E dire che il ritornello dice chiaramente “non comprate questo disco e non ascoltate i Lolaplay o ucciderete anche voi la buona musica!”
Eppure proprio della buona musica è contenuta in questo disco fatto di tanto cuore, passione e soprattutto chitarre, batteria e bassoche vi entreranno nella testa in ogni singola nota!
Loro dicono che questa città è pazza e puttana, che” sembra che ti dia invece lei prende” ma pensandoci bene forse tutta la società forse è un po’ così ed è forse vero che non c’è “nessun posto in cui potrete scappare”.

“Musa” è una ballad straziante e commovente, una chiara dichiarazione d’amore a colei che è la migliore offerente per un cuore non ancora distrutto dal nobile sentimento.
“Signorina Paranoia” ha qualche riferimento alla new wave anni ottanta eal rock dei Dandy Warhols che diventarono famosi con la loro “Bohemianlikeyou” grazie a uno spot di una nota compagnia telefonica.
“Antidoto” è un pezzo onirico con qualcosa di magico così come il successivo “Fantasma” anche se i due sono antitetici nello stile e nella metrica delle liriche.
“Il Paese Dei Balocchi” si scaglia contro il “popolo di servili geni”, contro i reality show per far capire quanto ci sia di malato in questa Italia ormai ridotta all’osso dalla crisi.
“Confessione di un Killer Sentimentale” è una sorta di lettera da parte di un sano o di un pazzo che ci insegna che “elemosinare carezze ci può uccidere” e che se metabolizzato l’amore può trasformarsi in odio.

“Talk Show” unisce sperimentazione sonora su basi rock e dance con elettronica dosata e testi lontani dall’intimismo, tra realtà e visione onirica.
Chiude il tutto “La Sposa”, piena di echi dei Marlene Kuntz più gentili, che è una sorta di ultimo bacio di una splendida ragazza con cui vi verrà voglia di fare nuovamente l’amore.

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