In occasione del ventennale dell’uscita di Betty, gli Helmet punta di diamante dell’Alternative Metal statunitense – annunciano un tour europeo nei mesi di settembre e ottobre. Il tour toccherà anche l’Italia con 4 concerti nei quali l’album verrà suonato dall’inizio alla fine, insieme anche ad altri successi del loro repertorio. Betty, pubblicato da Interscope nel 1994 dopo il successo mainstream di “Meantime” , ricevette un enorme successo di critica e pubblico e all’epoca venne accolto come “sperimentale” per l’introduzione di elementi Jazz, Blues, di improvvisazione e per la sua capacità di offrire qualcosa di alternativo rispetto alle band Grunge che spopolavano in quel periodo negli USA. Il pezzo “Milquetost” – inserito nella colonna sonora del film “Il Corvo” – divenne un classico nella programmazione di MTV in quell’anno.
Faith No More, Mr. Bungle, Fantomas, Peeping Tom, manca solo la Sacra Sindone e poi le ha fatte tutte. Mike Patton non saturo, meglio sazio, di percorrere tutte le sacre strade del rock sotto moniker altisonanti, con i fidi Tomahawk in cui coabitano ex Jesus Lizard, Melvins, Helmet ecc, torna a scarnificare pagine di energia con Oddfellows, quarta fatica discografica in dodici anni di fondazione di questo supergruppo elettrico, una ottima combinazione di “tutto” su cui prevalgono contrappunti, bizzarrie stranezze – appunto – Pattoniane non solo non scontate, ma pure col vizio di brillare come strobo/things customer.
Il gioco di Patton e Soci, è la folgorazione ogni qualvolta di sfumature e calibrazioni amplificate, sperimentazioni e aperture che coinvolgono ogni forma stilistica da rielaborare e tirare a seconda delle caratterizzazioni volute, tutto senza risparmio di idee e tutto col pieno adrenalinico oltre il livello, come il salto in alto del 2007 con quell’album strabiliante che è stato Anonymus, farcito dalle litanie e magie dei nativi americani; tredici episodi morbide e taglienti, con il riavvicinamento ad un suono molto più ferrato, sludgering e smanettato con abbondanti scariche elettriche e rumoristiche, che a tratti spasima per il metal come la titletrack, “Stone Letter”, il Noise straniante “South Pow”, la cacofonia gutturale “The Quiet Few” o nei fantasmi desertici che esalano misteri in tribali in “I Can Almost See Them”, una summa di schegge deflagrazioni e buchi neri che percuotono l’ascolto come l’immaginazione.
La timbrica di Patton e la chitarra di Duane Denison sono le linee guida e le sacralità assurde dentro questo registrato, lotto che gira a due velocità, la già citata tempesta di distorsori di cui sopra, e quella sperimentale che nel blues squinternato di “Choke Nek”, nei tempi alterni e hard luciferini di “Waratorium” e nella tensione diabolica delle spire malefiche di “Baby Let’s Play____” approcciano tumulti sanguigni e sbalzi di pressione arteriosa da paura.
Come sempre un disco di un’artista inafferrabile, un anfetaminico pensiero che rotola, costringe e si coagula in uno stato libertario assoluto che miete ascolti doppi e regala quella follia pura con cui ingrassare tutto.