Il ritorno del duo di Oxford è ancor più rumoroso, ancor più sregolato, ancor più geniale di quanto poteste aspettarvi.
[ 07.03.2025 | Human Worth | noise rock, art punk, post-hardcore ]
Tracked in Mud: rieccolo lì, esattamente dove l’avevamo lasciato nel 2022 con il predecessore A Gut Feeling, di cui avevamo scritto qui. Parliamo del logo dei Cassels, sempre lo stesso, stavolta tracciato nervosamente su quella (disgustosa) distesa di melma che campeggia sulla copertina.
Non si tratta affatto di un ritorno scontato: tutt’altro. Dopo lunghi periodi trascorsi in tour, i fratelli Jim e Loz Beck, quasi sconfitti dal burnout, travolti dal peso della vita on the road, sarebbero stati ragionevolmente ad un passo dal mollare tutto e fare marcia indietro.
Rifiutando la prospettiva di una possibile apertura al pop – e con una buona dose quotidiana di Converge in cuffia, come da loro stessi dichiarato – i Nostri raccolgono le forze, rimettono piede in studio e, più carichi che mai, ci consegnano il loro quarto album: un lavoro caotico, ossessivo, traboccante di stravaganza e creatività, se vogliamo anche “pesante”. In una sola parola: geniale.
Una notizia che farà felici i fan di vecchia data: le coordinate di base sono quasi immutate rispetto alla precedente uscita. Chitarre taglienti e batterie impazzite, muri di suono fuori controllo, qualche apertura melodica ma sempre tendente alla distorsione, un’inclinazione non troppo celata a sporadici capitoli post-rock, testi che grattano come artigli affilati sulla superficie (e superficialità) delle lacune di una società alla deriva.
Le sonorità già ostili qui vengono spinte ulteriormente all’estremo, portate ad un livello ancor più alto, i volumi vengono “alzati” ove possibile. Ecco cosa è realmente cambiato: Tracked in Mud è una versione dei Cassels vista dietro una lente d’ingrandimento.
Sono otto le tracce che compongono il disco, per la maggior parte lunghe e corpose, di durata superiore ai sei minuti. Una prova di come nulla sia stato lasciato in balia del caso, dell’improvvisazione: un album studiato per lasciare il segno, colpire e affondare, e senza dubbio riesce nel suo intento.

Tra urla e tregue apparenti.
L’opener Nine Circles e i suoi primi secondi di rumore torturato e disturbante mettono bene in chiaro le cose sin dall’inizio. Il duo di Oxford non risparmia adrenalina né tensione: una traccia che corre rapida e sicura come un treno in corsa, pronta a schiantarsi sul finale in un crescendo al cardiopalma.
Se c’è un aspetto che accomuna tutti i brani dell’album, e che risulta impossibile da ignorare, è la padronanza di una dinamica ormai affinata a sfiorare l’eccellenza, caratteristica cruciale dell’intero disco: il vero punto di forza dell’opera. Esemplare è la successiva Here Exits Creator, ibrido fra Daughters e Shellac, in cui sono protagonisti potenti scosse quiet-loud, repentini cambi di rotta e riff al vetriolo.
È la stessa dinamica che rende più teatrale che mai ...And Descends, intensa e contorta, parabolica come un’infinita corsa sulla giostra più adrenalinica di un folle luna park; è qui che spicca in particolare l’interpretazione vocale di Jim Beck, un serrato e paranoico spoken word da pelle d’oca, che si trasforma all’occorrenza in un infernale urlato.
Un urlo che diventa, se possibile, ancor più temibile giusto dopo la metà del conciso ma estremamente caustico art punk contaminato di Formaldehyde Time.
Arrivati a questo punto, durante l’ascolto si ha proprio la sensazione di trovarsi incastrati in una stanza senza uscite d’emergenza, nella quale non ricordiamo molto bene come siamo entrati, né sappiamo come uscirne (ma in fondo, lo vogliamo veramente?).
Una tregua – se così possiamo definirla – ci viene concessa su Every Castle’s Crumbling King, collocata strategicamente nell’occhio del ciclone di un’incontenibile furia. Una sorta di noise ballad, traballante e trattenuta a stento, dal vago sentore indie rock americano: immaginate Wilco e Yo La Tengo che tentano di addomesticare una cover degli ultimi METZ, ci arriverete molto vicini.
Un monumento al noise rock.
Un vero tris d’assi sconvolge e delizia in chiusura.
Two Dancing Tongues è spettrale e claustrofobica quanto basta, misurata all’occorrenza, una miccia accesa che minaccia imminenti esplosioni. Segue a ruota Indigene, uno dei pezzi più azzeccati nonché uno dei singoli trainanti, con il suo incedere nevrotico e spigoloso.
Infine, Nature Hates a Vacuum: la chiosa finale è affidata ad un’altra heavy ballad, che come un uroboro riconnette testa e coda regalandoci sugli ultimi minuti la definitiva deflagrazione.
Impressi nel fango, o forse addirittura già scolpiti nella pietra di un ideale monumento al noise rock. Se conoscevate già il chiassoso universo dei Cassels, ancora una volta le vostre aspettative verranno soddisfatte. Se invece non ne avevate mai sentito parlare prima d’ora, a voi tutta la mia (sana) invidia: mi cancellerei volentieri la memoria per poter tornare allo stupore provato nel giorno in cui ho scoperto questa caotica band. Ascoltate, resterete esterrefatti.
E, last but not least: se volete anche cogliere l’occasione per fare del bene, acquistatene una copia. Una parte dei proventi del disco verrà infatti devoluta in beneficenza all’associazione The Hornbeam Centre, comunità fondata nel Regno Unito con l’obiettivo di una più equa distribuzione delle risorse alimentari e della riduzione degli sprechi.
Ottima musica con una nobile missione: cosa desiderare di più?
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Last modified: 6 Marzo 2025