Per scrivere del nuovo album della band californiana abbiamo messo in piedi una conversazione collettiva che in realtà non è mai avvenuta. O forse sì?
[28.03.2025 | Roadrunner | blackgaze, post-metal, post-rock]
“All hail now the panopticon
See all around me
All of my failure
Crushed under this dominion
Shaking into seizure”
(Doberman)
Il metallo della linea Judah sferraglia sull’asfalto increspato di San Francisco costeggiando il Golden Gate Park. Fuori dal finestrino rovinato dal tempo scorrono appannati dei freddi cablaggi elettrici, le persone sul marciapiedi sembrano dei non volti, mentre chi è ingabbiato nelle auto combatte tanto il traffico quanto una chiazza di caffè caduta su una camicia usurata.
Nella noia scompaio per un secondo, chiudo gli occhi, oltre le fronde dei cipressi e fisso il sole che mi acceca le cornee con le sue sfumature rosacee appena prima di arrivare al capolinea, quella spiaggia immensa a Ocean Beach, un punto di incontro tra la fine sabbia californiana e il vuoto dell’Oceano Pacifico, con le onde che si perdono dentro un triangolo delle Bermuda.
Scendo dal tram. Cammino. Un senso di apatia si aggroviglia dentro la decadenza di palazzine liberty. Tutto mi appare così corrotto dall’ordinarietà. Sospiro pensando a un viaggio che dura da oltre quindici anni, dentro uno sciame infinito che si muove in uno spazio sospeso, senza confini.
“I was a man made of yesterdays
Mornings glowing like coal
Blinding the every day
Legs buckling together when moving”
(Garden Route)

Soli, cinici, brutali.
Devo incontrare gli amici in un bar accanto a un Motel 6 lungo la strada. Può apparire un po’ fatiscente, ma per noi è casa e autentico. Quando quella palla bruciante che è il sole cala siamo in un posto sicuro dove te la cavi ancora con una manciata di dollari e puoi ritrovarti nel parcheggio una di quelle Pontiac Firebird degli anni Settanta, insieme a personaggi lynchiani con storie che meriterebbero capitoli interi.
Il gestore è un tipo tutto garage rock flanelloso, ogni tanto quando ci sente parlare della nostra musica preferita lo vediamo strabuzzare gli occhi, farfugliare qualcosa in aramaico, non apprezza: troppe urla direbbe. Gli vogliamo bene lo stesso e lui ne vuole a noi. Un’empatia schietta.
Ce n’è bisogno, in questi tempi bui comandati da narcisisti egocentrici che stritolano il potere nelle loro mani. Soli, cinici, brutali, intenti a influenzare le nostre esistenze per compensare un vuoto spirituale.
Lonely People With Power. Stasera non sarà contento, dal record store mi sono appena portato a casa il nuovo Deafheaven: monopolizzeremo la sala.
“Majesty and misanthropy
Beginning at 40
From the zenith underneath
Nadir! Nadir! Nadir! Nadir! Nadir!
From every day living
Waking in fear”
(Amethyst)
Cascate black metal e riverberi nostalgici.
Zenith e Nadir: perennemente alla ricerca del nostro posto al cospetto della volta celeste.
“Ma come fanno ogni volta?” si chiede F. “Mi ricordo gli anni di Sunbather, era un periodo particolare della mia vita, e quella musica devastante mi fu di enorme aiuto. Mi sentivo un po’ perso, senza uno scopo preciso nella vita, e di nuovo New Bermuda mi venne in soccorso, dicendomi di alzare la testa e di smuovermi da quel torpore.”
Lo dice quando rimbombano dagli abissi le urla massacranti di George Clarke che si schiantano contro la muraglia di un Daniel Tracy che spinge i suoi blast beat nella stratosfera. Un propulsore che si nutre di estro creativo tra le forme sognanti post-rock e shoegaze in perfetto equilibrio.
Cascate black metal e riverberi nostalgici coesistono nelle pennellate di un ispirato Kerry McCoy che, insieme a Shiv Mehra, traccia, ancora una volta, le oscillazioni vorticose della band. Un’eredità da momenti finali di Mombasa che trascinano la band californiana dentro una nuova identità, più coesa, nella sintesi estrema di un blackgaze violento, malinconico e catchy.
“Poteva starci l’inganno” interrompe bruscamente S. “Se lo avessi giudicato solo dal primo singolo, l’avrei bocciato all’istante. Magnolia è un pezzo talmente furbo, per una band della qualità dei Deafheaven, da avermi fatto approcciare all’album praticamente già irritato. E invece anche a sto giro deformano i confini della loro ricetta: centrifughe melodiche, crescendo distorti e colpi di scena oscuri.”
“Power bastard
Pathetic master
I’m reliving Saturn eating
His flesh is everything of mine”
(Winona)
Verso futuri inimmaginabili.
Siamo oltre la metà dell’album ed è quasi tempo di sentenze. “La cosa bella? Non sento la fotocopia sbiadita della loro carriera”, si lancia F.P..
Scorrendo Lonely People With Power troviamo delle punte di diamante come Body Behavior, con un Chris Johnson pulsante al basso e che fa prendere al brano una direzione del tutto inaspettata.
L’eclettismo sta anche nei dettagli, come in Incidental II, che non è un interludio quanto un pezzo di spettrale ambient-noise strepitoso con la partecipazione di Jae Matthews che apre a strade future che sembravano inimmaginabili.
I puristi potranno trovarci il nichilismo tempestoso di Doberman o la furia mastodontica di Revelator, invece le corde emotive irradiano la palette di Amethyst e l’epico duetto finale di Winona e The Marvelous Orange Tree.
Quando invece ci addentriamo nei saliscendi di The Garden Route e Heathen, i Deafheaven sperimentano la loro personalissima formula di struttura-canzone. La duttilità in pulito di George Clarke viene diluita dentro l’album, funzionale nei respiri e nelle atmosfere, rifinendo il lavoro fatto su Infinite Granite in percentuali contenute.
“Cold in the checkered orchard, I came alive
Under the blue valley
With a head full of midnight”
(The Marvelous Orange Tree)
Una connessione purificatrice.
Da quando ne stiamo parlando, ci sentiamo meno soli. È una connessione purificatrice.
A livello tematico, Lonely People With Power ti obbliga a convivere con i tuoi demoni. Partendo dai traumi irrisolti, dall’alcolismo, ed entrando nella depressione e nelle relazioni umane di qualsiasi tipo. Sentimentali, familiari, politiche. Un affresco lirico che ti fa scoprire tutte le dinamiche di potere nel tuo microcosmo, potenziato dall’energia di Justin Meldal-Johnson, erede di quel Jack Shirley come factotum in cabina di regia.
È notte fonda e il nostro barista ormai pensa che stiamo farneticando da un’oretta. Un’ora e due minuti, ad essere precisi. L’ha cronometrato.
Quando scocca l’ultimo secondo pensiamo di essere di fronte a un album che riapre varchi del cuore che si credevano sigillati, con gli anni che passano da quel 2013 spartiacque, trascorsi a reprimere i sentimenti, belli e brutti.
Lonely People With Power riconcilia anche chi diffidò dei Deafheaven perché tessevano quel vago spiraglio di luce nelle trame di Sunbather. Si cresce, si matura, si cambia. Ed è così che nel 2025 si possono apprezzare in tutta la loro purezza e sincerità.
Non una nota fuori posto, non un grido di troppo, non un pedale in affanno, nessuna intenzione di farsi da parte.
C’è chi dice che i Deafheaven siano tornati, chi che non se ne sono mai andati e chi li ha finalmente trovati.
Saluto i miei compagni d’avventura e mi metto a camminare nel buio della città. Arrivo alla banchina della linea Judah. Ho un libro di Mark Fisher con me. Sfoglio qualche pagina. Sul retro, un suo virgolettato: “Che cos’è avvenuto per originare quelle rovine, quell’assenza? Che genere di entità è coinvolta? Che tipo di essere ha prodotto quel grido inquietante?”
Sorrido. Forse la risposta è contenuta proprio dentro Lonely People With Power.
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Last modified: 2 Aprile 2025